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			<title><![CDATA[Belsan nei loro occhi]]></title>
			<author><![CDATA[Internazionale Per La Pace]]></author>
			<category domain="https://www.parthenope.org/blog/index.php?category=Eventi"><![CDATA[Eventi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000002E"><div><b class="fs12lh1-5">Beslan, la ferita del mondo e il coraggio di custodire la memoria</b></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La strage di Beslan non appartiene soltanto a un popolo o a una nazione: è una ferita che riguarda l’intera umanità.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Tra il 1° e il 3 settembre 2004, oltre 300 persone — per lo più bambini — persero la vita in uno degli episodi più atroci della violenza terroristica.</span></div><br><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ricordare oggi quella tragedia non significa soltanto fermarsi davanti al dolore, ma trasformare il ricordo in coscienza. Custodire la memoria vuol dire tenere accesa una luce nel buio della storia, trasformare le lacrime in un abbraccio che attraversa i popoli, affinché mai più l’innocenza venga spezzata dal fuoco della violenza.</span></div><br><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>La memoria come coraggio</b></span></div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Ricordare è un atto di coraggio.</span><br><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Solo chi custodisce la memoria può davvero costruire la pace. Perché dimenticare significa consegnare il futuro agli stessi errori, significa rendere vano il sacrificio delle vittime.</span></div><br><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><b class="fs12lh1-5">La denuncia necessaria</b></div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Ma accanto al ricordo, emerge una voce di denuncia che non può essere ignorata. Troppo spesso i governi del mondo condannano le stragi a parole, mentre nei fatti alimentano conflitti. Troppo spesso, a morire, sono sempre i figli del popolo: i bambini, le famiglie comuni, la gente perbene che non ha alcuna responsabilità nelle logiche di potere.</span><span class="fs12lh1-5"><br></span><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Servono governanti saggi, liberi da ambizioni personali, capaci di agire per il bene collettivo. Servono guide che sappiano mediare per la pace, non armare per il potere. Che lavorino per il benessere condiviso, non per spartirsi i bottini di guerra.</span><span class="fs12lh1-5"><br></span><b class="imTAJustify fs12lh1-5"><br></b><div><div style="text-align: start;"><span class="imTAJustify fs12lh1-5"><b>Un cambio di rotta urgente</b></span></div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Occorre cambiare rotta.</span><span class="fs12lh1-5"><br></span><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Abbiamo bisogno di leader capaci di costruire un ordine multipolare fondato sul rispetto, sulla giustizia e sulla cooperazione tra i popoli — non sulla forza, né sul profitto.</span><span class="fs12lh1-5"><br></span><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Servono governanti coraggiosi e con una propria dignità. Eppure, la storia ci insegna che troppe volte coraggio e dignità personale sono stati ripagati con la morte. Perché il coraggio e la dignità sono nemici di ogni sistema di potere fondato sul dominio, e per questo vengono repressi.</span><span class="fs12lh1-5"><br></span><b class="imTAJustify fs12lh1-5"><br></b></div><div><div style="text-align: start;"><span class="imTAJustify fs12lh1-5"><b>Custodire la speranza</b></span></div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Beslan è un monito. È la memoria di un’innocenza spezzata che chiede giustizia e pace.</span><br><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ricordarla significa non arrendersi al cinismo, non accettare che la violenza diventi normalità.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Significa credere che la memoria può essere un seme, capace di far germogliare un futuro diverso.</span></div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Solo così, custodendo questa ferita come un bene comune, possiamo trasformarla in una speranza: che mai più l’umanità si lasci accecare dalla violenza e che i popoli trovino, finalmente, la forza di abbracciarsi nella pace.</span></div><div><span class="imTAJustify fs12lh1-5"><br></span></div><div style="text-align: end;" data-text-align="end"><span class="fs12lh1-5 cf1"><i><a href="https://www.parthenope.org/incontri-inter-culturali.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/incontri-inter-culturali.html', null, false)">l'Internazionale per la Pace</a></i></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 02 Feb 2025 09:00:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La Giornata Della Russia]]></title>
			<author><![CDATA[Internazionale Per La Pace]]></author>
			<category domain="https://www.parthenope.org/blog/index.php?category=Eventi"><![CDATA[Eventi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000002D"><div data-text-align="center" class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://www.parthenope.org/images/1303_articolo.webp"  width="696" height="494" /><br></div><div><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5"><b>8 giugno 2025 – Galleria Principe di Napoli </b></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter">La Giornata della Russia </div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter">Nella suggestiva cornice della Galleria Principe di Napoli, </div><div data-text-align="center" class="imTACenter">l’Associazione Culturale Diaspora Russa ha dato vita </div><div data-text-align="center" class="imTACenter">all’evento “La Giornata della Russia”. &nbsp;</div><div data-text-align="center" class="imTACenter">Insieme a diverse associazioni vicine alla Federazione Russa, </div><div data-text-align="center" class="imTACenter">è stato offerto uno spettacolo di arte, cultura e spiritualità che </div><div data-text-align="center" class="imTACenter">ha profondamente toccato il cuore di tutti i presenti. &nbsp;</div><div data-text-align="center" class="imTACenter">L’evento ha celebrato un popolo unito da un amore profondo </div><div data-text-align="center" class="imTACenter">per la propria patria — una patria la cui storia millenaria si </div><div data-text-align="center" class="imTACenter">riflette in un’eredità culturale vibrante, tramandata con cura e </div><div data-text-align="center" class="imTACenter">dedizione da una generazione all’altra. &nbsp;</div><div data-text-align="center" class="imTACenter">A rendere ancora più viva questa trasmissione di memoria e </div><div data-text-align="center" class="imTACenter">identità sono stati i giovani e gli adolescenti, protagonisti di </div><div data-text-align="center" class="imTACenter">numerose rappresentazioni artistiche tradizionali. In loro, si è </div><div data-text-align="center" class="imTACenter">manifestato un gesto d’amore: il passaggio del sapere, dei </div><div data-text-align="center" class="imTACenter">valori, della bellezza. Un ponte silenzioso ma potente, tra </div><div data-text-align="center" class="imTACenter">passato e futuro. &nbsp;</div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter">Un momento di particolare intensità è stato offerto </div><div data-text-align="center" class="imTACenter">dall’Associazione Bielorussa, i cui canti tradizionali — vere </div><div data-text-align="center" class="imTACenter">poesie in musica — hanno trasmesso un sentimento profondo </div><div data-text-align="center" class="imTACenter">di appartenenza, amore e spiritualità, rivolto non solo alla </div><div data-text-align="center" class="imTACenter">propria terra, ma anche alla “sorella” Russa. &nbsp;</div><div data-text-align="center" class="imTACenter">Dal cuore e dall’Anima di Parthenope &nbsp;</div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5"><b>Parthenope, nel suo animo, si sente profondamente legata a </b></span><b class="fs12lh1-5">questi popoli.</b></div><div data-text-align="center" class="imTACenter">È un legame fatto di amore, spiritualità e rispetto — lo stesso </div><div data-text-align="center" class="imTACenter">rispetto che queste culture custodiscono per la terra, per la </div><div data-text-align="center" class="imTACenter">memoria e per la vita stessa. &nbsp;</div><div data-text-align="center" class="imTACenter">Si sente vicina a loro perché riconosce un sentimento autentico </div><div data-text-align="center" class="imTACenter">di significato e profondità: quel senso del sacro e del giusto </div><div data-text-align="center" class="imTACenter">che altrove è stato smarrito, tradito da secoli di dominio e </div><div data-text-align="center" class="imTACenter">colonizzazione. &nbsp;</div><div data-text-align="center" class="imTACenter">Parthenope ne avverte la mancanza. E con questi popoli, </div><div data-text-align="center" class="imTACenter">ritrova una parte di sé. &nbsp;</div><div data-text-align="center" class="imTACenter">Conoscerli, ascoltarli, sentirli… non si può che amarli. </div><div data-text-align="center" class="imTACenter">Parthenope.org – l’Internazionale per la pace </div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><br></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><a href="https://www.parthenope.org/incontri-inter-culturali.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/incontri-inter-culturali.html', null, false)">Internazionale Per La Pace</a></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 01 Feb 2025 11:29:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Antonio Sebastiano Francesco Gramsci]]></title>
			<author><![CDATA[Redazione Parthrnope]]></author>
			<category domain="https://www.parthenope.org/blog/index.php?category=Memorie_Ribelli"><![CDATA[Memorie Ribelli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000002C"><span class="fs12lh1-5"><b>Antonio Sebastiano Francesco Gramsci</b></span><br><div>Il prigioniero che non smise mai di pensare. Il pensatore che parlava agli ultimi.</div><div>“Odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia.”</div><div>— Antonio Gramsci</div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5"><b>Una mente libera dietro le sbarre</b></span></div><div>Antonio Gramsci è stato uno degli intellettuali più profondi, rivoluzionari e pericolosi del Novecento.</div><div>Pericoloso non per ciò che fece, ma per ciò che pensò.</div><div>E per il fatto che pensò contro corrente, sempre, fino all’ultimo giorno della sua vita.</div><div>Venne arrestato nel 1926 dal regime fascista.</div><div>Il pubblico ministero disse:</div><div>“Dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare.”</div><div>Ma quel cervello non si fermò mai.</div><div>Scrisse oltre 30 quaderni dal carcere, testi di una lucidità feroce, che ancora oggi sono studiati in tutto il mondo.</div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5"><b>Una rivoluzione fatta di parole</b></span></div><div>Gramsci non fu solo un filosofo, ma un militante del popolo.</div><div>Fondò L’Ordine Nuovo, fu dirigente del Partito Comunista d’Italia, rappresentò gli operai di Torino e i contadini del Mezzogiorno.</div><div>Parlava dei subalterni, non per loro, ma con loro.</div><div>E sapeva che la vera rivoluzione non comincia dalle barricate, ma dalla coscienza.</div><div>“Ogni uomo è filosofo. Ogni popolo ha una visione del mondo. Ma chi decide quale visione è legittima?”</div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5"><b>Egemonia, cultura, resistenza</b></span></div><div>Gramsci spiegò che il potere non si impone solo con la forza, ma con il consenso.</div><div>Attraverso scuola, giornali, religione, arte, “buon senso”.</div><div>Per questo la lotta deve essere anche culturale, non solo economica.</div><div>•	Denunciò la scuola come strumento di selezione sociale</div><div>•	Rivendicò l’importanza della lingua e della storia popolare</div><div>•	Riscoprì la cultura contadina del Sud come sapere autonomo</div><div>•	Anticipò il concetto di colonialismo interno — quello che Parthenope oggi denuncia</div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5"><b>Un corpo piegato, una mente eretta</b></span></div><div>Fu tenuto in isolamento, in celle fredde e senza cure.</div><div>La sua salute peggiorò fino alla paralisi.</div><div>Morì a soli 46 anni, distrutto nel corpo ma mai nella dignità.</div><div>Ma nessuno ha mai potuto seppellire le sue parole.</div><div>“I vecchi muoiono e i nuovi non possono nascere: è questo il tempo dei mostri.”</div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5"><b>Il pensiero che continua a lottare</b></span></div><div>Gramsci è oggi un gigante senza bandiera, studiato anche dai suoi nemici, citato e mai capito da chi ne teme ancora la potenza.</div><div>Per Parthenope, Gramsci è:</div><div>•	il linguaggio della rivolta intelligente</div><div>•	il ponte tra cultura e politica</div><div>•	la memoria viva del popolo meridionale tradito</div><div>•	la prova che si può essere rivoluzionari senza gridare, ma scrivendo</div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5"><b>Bibliografia essenziale</b></span></div><div>•	Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi, tutte le edizioni</div><div>•	Giuseppe Vacca, Vita e pensieri di Antonio Gramsci, Laterza, 2012</div><div>•	Franco Lo Piparo, Gramsci e il linguaggio, Laterza, 1979</div><div>•	Luciana Castellina, La scoperta del mondo, Nottetempo – ricordi di formazione gramsciana</div><div>•	Studi del Centro Gramsci, Napoli e Roma – documenti e scritti originali</div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5"><b>Parthenope dice</b></span></div><div>Antonio Gramsci è uno dei padri non riconosciuti della libertà meridionale.</div><div>Un sardo che comprese la violenza culturale subita dal Sud, prima ancora che lo facessero gli storici.</div><div>Un intellettuale che seppe parlare alla parte dimenticata dell’Italia e del mondo.</div><div>Per questo è una Memoria Ribelle.</div><div>Perché i suoi scritti non vanno solo letti.</div><div>Vanno vissuti.</div><div>“La verità è rivoluzionaria.”</div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs10lh1-5">Antonio Gramsci -&gt; <a href="https://www.parthenope.org/voci-ribelli.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/voci-ribelli.html', null, false)">Voci Ribelli</a>: Articoli correlati</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><span class="fs10lh1"><br></span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?jose--pepe--mujica" class="imCssLink">José Mujica</a></span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?thomas-sankara" class="imCssLink">Thomas Sankara</a></span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?hugo-chavez" class="imCssLink">Hugo Chavez</a></span></div><div><span class="fs10lh1-5">Antonio Gramsci</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Salvador Allende</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Malcolm X</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Frantz Fanon</span></div><div><span class="fs10lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter">&lt;<a role="button" href="javascript:window.print()" class="imCssLink">Stampa questa pagina</a>&gt;</div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 04 Jan 2025 02:45:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Hugo Rafael Chávez]]></title>
			<author><![CDATA[Redazione Parthrnope]]></author>
			<category domain="https://www.parthenope.org/blog/index.php?category=Memorie_Ribelli"><![CDATA[Memorie Ribelli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000002B"><div><span class="fs12lh1-5"><b>Hugo </b></span><b class="fs12lh1-5">Rafael </b><b class="fs12lh1-5">Chávez</b></div><div>Il Comandante che restituì dignità al Venezuela e voce al Sud del mondo</div><div>“Non siamo qui per conquistare il potere. Siamo qui per distruggere la sua logica.”</div><div>— Hugo Chávez</div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5"><b>Il figlio del popolo, il nemico dell’impero</b></span></div><div>Hugo Rafael Chávez Frías non è stato un semplice presidente.</div><div>È stato un terremoto nella storia latinoamericana, una breccia aperta nella logica del dominio globale.</div><div>Quando salì al potere nel 1999, il Venezuela era già saccheggiato da élite corrotte, FMI e multinazionali del petrolio.</div><div>Ma Chávez, cresciuto tra le baracche di Sabaneta, non era parte di quel sistema.</div><div>Venne dal basso.</div><div>E fu per il basso che lottò fino all’ultimo respiro.</div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5"><b>L’imperdonabile reato: ridare il petrolio al popolo</b></span></div><div>Con la Rivoluzione Bolivariana, Chávez non si limitò a cambiare ministri.</div><div>Cambió tutto: la Costituzione, la redistribuzione della ricchezza, il ruolo dello Stato.</div><div>•	Nazionalizzò il petrolio, rendendo PDVSA un motore sociale</div><div>•	Avviò le Missioni Bolivariane: programmi gratuiti di salute, educazione, casa</div><div>•	Fondò Università del Popolo, cliniche popolari, orti urbani, radio comunitarie</div><div>•	Lottò per l’unità dell’America Latina, rilanciando l’ALBA contro l’egemonia USA</div><div>•	Denunciò l’imperialismo finanziario e il colonialismo culturale</div><div>“Il nostro crimine? Aver messo il petrolio al servizio dei poveri.”</div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5"><b>Demonizzato dai ricchi, amato dagli ultimi</b></span></div><div>Mentre i media globali lo definivano “dittatore populista”,</div><div>nelle baraccopoli di Caracas lo chiamavano padre, fratello, compagno.</div><div>Nel 2002 subì un golpe armato, con l’appoggio della CIA e dell’oligarchia interna.</div><div>Ma fu il popolo, disarmato, a riportarlo al palazzo presidenziale in 48 ore.</div><div>Fu una delle più grandi vittorie popolari del XXI secolo.</div><div>“L’impero può comandare sui mercati. Ma non può spegnere la dignità dei popoli.”</div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5"><b>Chávez non era solo Venezuela</b></span></div><div>Era Palestina, era Cuba, era Africa, era Sud globale.</div><div>Ovunque ci fosse una voce cancellata, Chávez la portava all’ONU, nei vertici internazionali, nelle piazze.</div><div>•	Condannò apertamente la guerra in Iraq e l’imperialismo USA</div><div>•	Strinse alleanze tra Sud del mondo, dal Medio Oriente all’America andina</div><div>•	Fu amico di Fidel Castro, Evo Morales, Ahmadinejad, Lula, Kadhafi</div><div>Fu irriducibile, e per questo irricevibile.</div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5"><b>La morte di un corpo, non di una visione</b></span></div><div>Morì il 5 marzo 2013, a soli 58 anni, combattendo il cancro come aveva combattuto la fame, l’ingiustizia, il neoliberismo.</div><div>Ma Chávez non è scomparso.</div><div>È diventato idea, speranza, bandiera.</div><div>Nelle favelas, nei murales, nei libri di scuola, nei sorrisi dei bambini curati gratis, Chávez è presente.</div><div>E Parthenope ne custodisce il fuoco.</div><div>•	Hugo Chávez, Parole ribelli, Zambon, 2006</div><div>•	Geraldina Colotti, Chávez par lui-même, Jaca Book, 2014</div><div>•	Salim Lamrani, Fidel Castro, Hugo Chávez e la rivoluzione bolivariana, Infinito Edizioni, 2010</div><div>•	Luciano Vasapollo, Il Venezuela tra golpe, resistenza e socialismo, Editori Riuniti, 2012</div><div>•	Giulietto Chiesa, La guerra infinita, Edizioni Associate – capitoli sulla guerra mediatica contro Chávez</div><div>•	Interventi ONU e ALBA – testi accessibili tramite CELAG e ALBA-TCP</div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5"><b>Parthenope dice</b></span></div><div>Hugo Chávez ha dato un volto alla giustizia popolare.</div><div>Ha detto al mondo che i poveri possono scrivere la storia.</div><div>Che la politica può essere servizio e non dominio.</div><div>Che la dignità non si chiede: si prende, a testa alta.</div><div>Per questo vive tra le Memorie Ribelli di Parthenope.</div><div>Perché finché ci sarà un popolo che lotta, Chávez sarà con lui.</div><div>“Ci accusano di essere radicali. Sì. Ma radicali nella difesa della vita.”</div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs10lh1-5">Hugo Chavez -&gt; <a href="https://www.parthenope.org/voci-ribelli.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/voci-ribelli.html', null, false)">Voci Ribelli</a>: Articoli correlati</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><span class="fs10lh1"><br></span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?jose--pepe--mujica" class="imCssLink">José Mujica</a></span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?thomas-sankara" class="imCssLink">Thomas Sankara</a></span></div><div><span class="fs10lh1-5">Hugo Chavez</span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?antonio-gramsci" class="imCssLink">Antonio Gramsci</a></span></div><div><span class="fs10lh1-5">Salvador Allende</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Malcolm X</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Frantz Fanon</span></div><div class="imTACenter">&lt;<a role="button" href="javascript:window.print()" class="imCssLink">Stampa questa pagina</a>&gt;</div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 03 Jan 2025 02:39:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Thomas Sankara]]></title>
			<author><![CDATA[Redazione Parthrnope]]></author>
			<category domain="https://www.parthenope.org/blog/index.php?category=Memorie_Ribelli"><![CDATA[Memorie Ribelli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000002A"><div><span class="fs12lh1-5"><b>🇧🇫 Thomas Sankara</b></span><div>Il presidente che si fece popolo, il rivoluzionario che non si vendette mai</div><div>“Dobbiamo accettare di vivere africani. È l’unico modo per vivere liberi e degni.”</div><div>— Thomas Sankara</div><div>Una voce africana contro il colonialismo globale</div><div>Quando i manuali parlano d’Africa, spesso usano la voce dei colonizzatori.</div><div>Parthenope sceglie di parlare con la voce di chi non si è piegato.</div><div>E Thomas Sankara, presidente del Burkina Faso dal 1983 al 1987, è stato molto più di un capo di Stato:</div><div>è stato un poeta rivoluzionario con la schiena dritta, un giovane marxista africano che ha ridato senso alle parole dignità, sobrietà, giustizia.</div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5"><b>Un assassinio annunciato</b></span></div><div>Sankara fu ucciso il 15 ottobre 1987, a soli 37 anni, in un colpo di Stato orchestrato da interessi interni e complicità internazionali.</div><div>Lo hanno ucciso perché:</div><div>•	nazionalizzava la terra e la redistribuiva ai contadini</div><div>•	non accettava prestiti del FMI</div><div>•	denunciava il debito come strumento di dominio coloniale</div><div>•	rifiutava lo stile di vita dei presidenti miliardari africani</div><div>•	viveva come un cittadino comune, con uno stipendio da insegnante e una Renault 5 come auto di Stato</div><div>•	aveva cambiato il nome della sua nazione: da Alto Volta a Burkina Faso, “la terra degli uomini integri”</div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Ma la verità non muore.</span></div><div>La sua voce, oggi, è più forte dei suoi assassini.</div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5"><b>Un progetto politico radicale e popolare</b></span></div><div>Durante i suoi quattro anni di governo, Sankara:</div><div>•	costruì scuole e ospedali in tutto il paese</div><div>•	avviò campagne di vaccinazione di massa (oltre 2 milioni di bambini in un anno)</div><div>•	piantò 10 milioni di alberi contro la desertificazione</div><div>•	promosse l’alfabetizzazione delle donne e vietò la mutilazione genitale</div><div>•	impose l’uso di abiti tessuti localmente, per combattere la dipendenza culturale</div><div>•	rifiutò qualsiasi lusso personale o privilegio presidenziale</div><div>Il suo governo era fatto di coerenza, di povertà vissuta come scelta politica, di fierezza africana.</div><div>“Vivere da africani è l’unico modo per sconfiggere il colonialismo.”</div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5"><b>Il debito? Una nuova schiavitù</b></span></div><div>Nel suo storico discorso ad Addis Abeba (1987), Sankara disse davanti ai leader africani:</div><div>“Il debito non è nostro. I nostri padri non l’hanno contratto. Non possiamo pagarlo con il sangue del nostro popolo.”</div><div>Un mese dopo, era morto.</div><div>Ma quel discorso è ancora una bomba nella coscienza del mondo.</div><div>Una memoria che non si cancella</div><div>Sankara è amato ovunque si lotti contro l’imperialismo.</div><div>In America Latina, in Palestina, nel Sud Italia, nei quartieri delle periferie globali.</div><div>Non ha mai chiesto applausi.</div><div>Ha chiesto azioni, coscienza, onestà.</div><div>E Parthenope lo raccoglie come voce viva, non come ritratto polveroso.</div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5"><b>Bibliografia e fonti</b></span></div><div>•	Thomas Sankara, Discorsi e scritti rivoluzionari, Red Star Press, 2018</div><div>•	Franco Senia, Sankara. La rivoluzione interrotta, DeriveApprodi, 2007</div><div>•	Jacques Delors, La lunga memoria dell’Africa, Lavoro, 2005</div><div>•	Limes, Africa indigesta, n. 4/2019</div><div>•	Reportage e articoli su Il Manifesto, Left, Internazionale</div><div>•	Interviste e traduzioni curate dal Centro Studi Sud-Sud, Roma</div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div>✍️ <span class="fs12lh1-5"><b>Parthenope ricorda così</b></span></div><div>Thomas Sankara non è morto.</div><div>È diventato vento, seme, eco.</div><div>Ogni popolo che lotta con dignità lo porta dentro.</div><div>Per questo Parthenope gli dedica un altare di parole.</div><div>Non per celebrarlo.</div><div>Ma per chiedergli scusa e ascoltarlo ancora.</div><div>“Possiamo perdere la battaglia. Ma non possiamo mai perdere la dignità.”</div><div>— Thomas Sankara</div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs10lh1-5">Thomas Sankara -&gt; <a href="https://www.parthenope.org/voci-ribelli.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/voci-ribelli.html', null, false)">Voci Ribelli</a>: Articoli correlati</span><div data-line-height="1" class="lh1"><span class="fs10lh1"><br></span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?jose--pepe--mujica" class="imCssLink">José Mujica</a></span></div><div><span class="fs10lh1-5">Thomas Sankara</span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?hugo-chavez" class="imCssLink">Hugo Chavez</a></span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?antonio-gramsci" class="imCssLink">Antonio Gramsci</a></span></div><div><span class="fs10lh1-5">Salvador Allende</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Malcolm X</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Frantz Fanon</span></div></div><div><div class="imTACenter">&lt;<a role="button" href="javascript:window.print()" class="imCssLink">Stampa questa pagina</a>&gt;</div></div><div><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 02 Jan 2025 02:09:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[José “Pepe” Mujica]]></title>
			<author><![CDATA[Redazione Parthrnope]]></author>
			<category domain="https://www.parthenope.org/blog/index.php?category=Memorie_Ribelli"><![CDATA[Memorie Ribelli]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000029"><div><span class="fs12lh1-5"><b>🇺🇾</b><b> José “Pepe” Mujica</b></span></div><div><b class="fs12lh1-5">La dignità come stile di governo, l’umanità come atto politico</b></div><div><span class="fs12lh1-5"><i>“Chi vive accumulando ricchezze non è libero. È schiavo di ciò che possiede.”</i><br> — José Mujica</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><span class="fs12lh1"><br></span></div><div><b class="fs12lh1-5">Un uomo, non un politico</b></div><div><span class="fs12lh1-5">José “Pepe” Mujica è stato più di un presidente. È stato <b>una coscienza vivente</b>, una voce fuori dal coro in un mondo dove la politica è troppo spesso sinonimo di potere e carriera.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nato nel 1935 e cresciuto in povertà, Mujica ha attraversato <b>lotta armata, carcere duro, isolamento</b>, fino alla presidenza dell’Uruguay (2010–2015).<br> Eppure, anche da presidente, non ha mai smesso di essere ciò che era:<br> un <b>uomo libero</b>.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Viveva in una piccola casa rurale, coltivava la terra con la moglie, <b>donava il 90% del suo stipendio</b> e guidava un vecchio Maggiolino.<br> Rifiutava privilegi, viaggi di lusso, blindature.<br> Diceva:</span></div><div><i class="fs12lh1-5">“Se non riesco a vivere come la maggior parte del mio popolo, allora non ho diritto a rappresentarlo.”</i></div><div data-line-height="1" class="lh1"><b class="fs12lh1"><br></b></div><div><b class="fs12lh1-5">Un'anima socialista</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Mujica ha incarnato una visione <b>marxista-umanista</b>, centrata sul <b>bene collettivo</b>, sulla <b>giustizia sociale</b> e sull’<b>anticapitalismo etico</b>.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per lui, il capitalismo globale era una <b>macchina predatoria</b> che trasforma tutto in merce: la terra, il lavoro, il tempo, l’amore.<br> Ha sempre denunciato l’inganno della “libertà di consumo”, che rende l’essere umano <b>servo del mercato</b>.</span></div><div><i class="fs12lh1-5">“Abbiamo creato una civiltà che confonde benessere con consumo. Ma il vero benessere è avere tempo per vivere.”</i></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b class="fs12lh1-5">Pensiero, esempio e parole che restano</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Le sue azioni sono insegnamenti.<br> Le sue parole, semi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Tra i suoi discorsi più memorabili:</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"> &nbsp;</div><ul type="disc"><li><span class="fs12lh1-5"><b>Rio+20, ONU, 2012</b> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;– un attacco diretto al modello consumista e alla devastazione ambientale</span></li><li><span class="fs12lh1-5"><b>Messaggi ai giovani</b> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;– inviti costanti a ribellarsi con intelligenza, compassione e coerenza</span></li><li><span class="fs12lh1-5"><b>Dialoghi con intellettuali, &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;contadini, studenti</b> – sempre in ascolto, mai sopra</span></li> </ul><div data-line-height="1" class="lh1"><span class="fs12lh1"> </span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><b class="fs12lh1"><br></b></div><div><b class="fs12lh1-5">Fonti e letture consigliate</b></div><ul type="disc"><li><span class="fs12lh1-5">José Mujica, <i>Una pecora nera al &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;potere</i>, Lindau, 2015</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Maurizio Chierici, <i>Pepe Mujica. Il &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;presidente impossibile</i>, Il Margine, 2016</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Intervista integrale su <i>Internazionale</i>: &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;“Non c’è tempo da perdere, la vita è adesso”</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Giulietto Chiesa, <i>Verso il mondo &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;multipolare</i>, con capitolo su Mujica</span></li><li><span class="fs12lh1-5"><i>Left</i>, <i>Il Manifesto</i>, <i>Limes</i> – articoli commemorativi (maggio 2025)</span></li> </ul><div data-line-height="1" class="lh1"> &nbsp;</div><div data-line-height="1" class="lh1"><span class="fs12lh1"> </span></div><div><span class="fs12lh1-5"><b>🌿</b><b> Un’eredità viva</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Mujica non lascia una nazione, lascia <b>una testimonianza</b>.<br> La testimonianza che <b>si può governare senza corrompersi</b>, che <b>si può servire il popolo senza dominarlo</b>, che <b>si può vivere sobriamente senza essere poveri</b>.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Parthenope ne custodisce la memoria come <b>esempio universale</b>.<br> Un esempio per chi lotta oggi, per chi crede che la politica possa ancora essere un atto d’amore.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5"><i>“La cosa più importante nella vita è avere il coraggio di guardare dentro sé stessi. Perché il potere può cambiare chi non ha radici.”</i><br> — José Mujica</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><span class="fs12lh1"><br></span></div><div><div><span class="fs10lh1-5">José Mujica -&gt; <a href="https://www.parthenope.org/voci-ribelli.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/voci-ribelli.html', null, false)">Voci Ribelli</a>: Articoli correlati</span></div><div><span class="fs10lh1-5">José Mujica</span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?thomas-sankara" class="imCssLink">Thomas Sankara</a></span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?hugo-chavez" class="imCssLink">Hugo Chavez</a></span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?antonio-gramsci" class="imCssLink">Antonio Gramsci</a></span></div><div><span class="fs10lh1-5">Salvador Allende</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Malcolm X</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Frantz Fanon</span></div></div><div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">&lt;</span><span class="fs12lh1-5"><a role="button" href="javascript:window.print()" class="imCssLink">Stampa questa pagina</a></span><span class="fs12lh1-5">&gt;</span></div></div><div><span class="fs10lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 01 Jan 2025 02:01:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Silenzi e menzogne]]></title>
			<author><![CDATA[Redazione Parthrnope]]></author>
			<category domain="https://www.parthenope.org/blog/index.php?category=Popoli_Amici_-_Bielorussia"><![CDATA[Popoli Amici - Bielorussia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000026"><div><b><span class="fs12lh1-5">Silenzi e menzogne</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Come i media occidentali hanno costruito il “regime bielorusso”</span></div><div><span class="fs12lh1-5">C’è una parola che ritorna in ogni telegiornale, in ogni editoriale, in ogni comunicato ufficiale dell’Occidente quando si parla della Bielorussia: “regime”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Non Stato. Non governo. Non Paese.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Regime.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Un’etichetta che funziona come sentenza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Non si analizza, non si contesta, non si discute.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Si condanna.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ma da dove nasce questa narrazione?</span></div><div><span class="fs12lh1-5">E soprattutto: cosa viene nascosto mentre si grida alla “dittatura bielorussa”?</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Regime: parola tossica</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel linguaggio mediatico occidentale, “regime” significa una cosa sola: Paese non allineato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Non importa se ha una Costituzione, elezioni, servizi pubblici funzionanti, alleanze internazionali legittime.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Se non si piega alle logiche di Bruxelles, Washington e Londra, allora è “autoritario” per definizione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Questa semplificazione non è casuale:</span></div><div><span class="fs12lh1-5">è un meccanismo di guerra narrativa.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Perché chi viene definito “regime” può essere:</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• sanzionato</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• isolato</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• sabotato</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• delegittimato</span></div><div><span class="fs12lh1-5">E la reazione del popolo? Irrilevante.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Se sostiene il proprio governo, viene accusato di essere manipolato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Se protesta, diventa “opposizione eroica”.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">I fatti ignorati</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel 2020, le elezioni presidenziali in Bielorussia hanno suscitato polemiche internazionali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ma pochi hanno spiegato che:</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• l’opposizione ha ricevuto finanziamenti esterni diretti, in particolare da fondazioni legate all’Unione Europea e agli Stati Uniti</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• la candidata “alternativa” Svetlana Tikhanovskaya non ha mai accettato un confronto politico interno, ma si è immediatamente trasferita in Lituania sotto protezione NATO</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• le proteste sono state documentate solo in parte, oscurando gli episodi di violenza, i legami con gruppi estremisti, e il sostegno reale ancora presente per Lukašenko nelle aree rurali</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La complessità è stata sostituita con lo slogan:</span></div><div><span class="fs12lh1-5">“Rivolta democratica contro il dittatore”.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Il copione già visto</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Ciò che è accaduto in Bielorussia non è un’eccezione, ma un metodo ricorrente:</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• in Venezuela: presidente eletto delegittimato, sostituito da un “presidente parallelo” (Guaidó)</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• in Siria: demonizzazione sistematica, silenziamento delle voci filogovernative</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• in Russia: narrazione binaria e criminalizzazione della popolazione</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• in Iran, Cuba, Nicaragua: oppositori costruiti e amplificati a comando</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Sempre con lo stesso schema:</span></div><div><span class="fs12lh1-5">1. Costruzione del nemico</span></div><div><span class="fs12lh1-5">2. Cancellazione della sua voce</span></div><div><span class="fs12lh1-5">3. Creazione dell’“alternativa” approvata</span></div><div><span class="fs12lh1-5">4. Legittimazione della destabilizzazione</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Il ruolo dei media mainstream</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Le principali testate europee hanno fatto sparire la Bielorussia dalla storia, riducendola a due parole: “regime repressivo”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Tacciono su:</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• la qualità dei servizi pubblici</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• la stabilità economica prima delle sanzioni</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• l’assenza di disoccupazione di massa</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• la coesione sociale nelle campagne</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• il ruolo geopolitico del Paese come cuscinetto tra Est e Ovest</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nessuna intervista a lavoratori, insegnanti, artisti non allineati.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Solo dissidenti. Solo ONG occidentali. Solo indignazione selettiva.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">✊</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Contro la censura selettiva</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Parthenope non accetta narrazioni prefabbricate.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Difende il diritto dei popoli a raccontarsi da sé.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Essere contro la propaganda non significa ignorare i problemi reali, ma rifiutare le guerre costruite a tavolino.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La Bielorussia non è un regime: è un Paese che resiste.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Alla colonizzazione economica, alla propaganda, al ricatto finanziario.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">E resistere, oggi, è già una forma di vittoria.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs10lh1-5">Popoli Amici -&gt;</span><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/bielorussia.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/bielorussia.html', null, false)">Bielorussia</a></span><span class="fs10lh1-5">: Articoli correlati</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs10lh1-5">Bielorussia sotto embargo</span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?cultura-in-trincea" class="imCssLink">Cultura in trincea</a></span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?silenzi-e-menzogne-1" class="imCssLink">Silenzi e menzogne</a></span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs10lh1-5">Bibliografia</span></b></div><div><span class="fs10lh1-5">• Giulietto Chiesa, Putinfobia, Piemme, 2015 – capitoli sul linguaggio dei media</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Francesco Santopietro (a cura di), Bielorussia. Una storia da riscrivere, Ed. Popolare, 2021</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Manlio Dinucci, Guerra mediatica e guerra reale, Zambon, 2022</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• CEPR – Bielorussia e disinformazione occidentale, report 2020</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Visione TV – Interviste a giornalisti indipendenti in Bielorussia</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Limes, Propaganda e potere nell’Est Europa, n. 5/2021</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Analisi e reportage di Giorgio Bianchi, Sebastiano Caputo, Fulvio Scaglione</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">&lt;<a role="button" href="javascript:window.print()" class="imCssLink">Stampa questa pagina</a>&gt;</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 03 Dec 2024 04:18:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Cultura in trincea]]></title>
			<author><![CDATA[Redazione Parthrnope]]></author>
			<category domain="https://www.parthenope.org/blog/index.php?category=Popoli_Amici_-_Bielorussia"><![CDATA[Popoli Amici - Bielorussia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000024"><div><b><span class="fs12lh1-5">Cultura in trincea</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Arte, memoria e identità nella Bielorussia assediata</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Quando si vuole distruggere un popolo, si inizia dalla sua memoria.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Quando si vuole isolarlo, lo si priva della sua cultura.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La Bielorussia, oggi, è sotto assedio non solo economico, ma anche culturale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Viene raccontata come vuota, grigia, oppressa.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ma chi parla così non l’ha mai vista davvero.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dentro i suoi villaggi, le sue scuole, i suoi teatri e biblioteche vive una resistenza silenziosa ma profonda, fatta di poesia, artigianato, canto, danza, arte visiva e spiritualità radicata.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Una cultura non conforme, non mercificata, non occidentalizzata.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Una storia mai digerita dall’Occidente</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">La Bielorussia ha vissuto invasioni, genocidi, occupazioni, deportazioni.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nella Seconda guerra mondiale, perse più di due milioni di persone, un quarto della popolazione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Villaggi interi bruciati. Famiglie sterminate. Eroi dimenticati.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La sua cultura è una cultura della sopravvivenza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ogni poesia, ogni icona, ogni ballata popolare contiene memoria di sangue e dignità.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Eppure, oggi tutto questo viene ignorato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’Occidente non vuole una cultura autentica: vuole una cultura convertita, utile, depurata.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">L’arte popolare come archivio della resistenza</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Nella Bielorussia profonda, l’arte non è mai stata spettacolo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">È rito, tramando, costruzione identitaria.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’artigianato in lino, i ricami rossi e neri su fondo bianco, le maschere rituali, le ceramiche contadine, i canti rituali (kaliadki, vesnianki): sono codici culturali antichi, radicati nella terra.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il teatro popolare ha mantenuto una funzione sociale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le scuole musicali insegnano strumenti tradizionali come il cymbaly, la duda, la sopilka.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le biblioteche rurali conservano testi orali trascritti e archivi di testimonianze contadine.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Questa cultura collettiva, autonoma, non colonizzata, rappresenta un fastidio per il mondo globalizzato.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Cultura indipendente, non allineata</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Negli ultimi anni sono nate numerose iniziative artistiche fuori dai circuiti internazionali, spesso sostenute dal governo locale o da reti popolari:</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• Festival di poesia e arte visiva nei villaggi</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• Rassegne teatrali itineranti</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• Collettivi di giovani illustratori, registi, calligrafi</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• Progetti per il recupero della lingua bielorussa in ambito artistico</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In un Paese escluso dai programmi culturali europei, la creatività si è radicata nei territori, senza logiche commerciali, né sponsor occidentali.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Embargo anche culturale</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Le sanzioni europee colpiscono anche il settore culturale:</span></div><div><span class="fs12lh1-5">blocco dei finanziamenti, isolamento degli artisti, cancellazione della partecipazione a festival internazionali, chiusura degli scambi accademici.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Una forma di embargo silenzioso, che tenta di spegnere il volto creativo e umano della Bielorussia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ma l’arte non si arresta.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Si trasforma.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ritorna nelle case, nelle scuole, nei parchi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La cultura bielorussa ha imparato a vivere anche nel silenzio imposto.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">✊</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Difendere la cultura di chi resiste</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Parthenope riconosce in questa forza un’alleata.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Una cultura che non si vende, che non si conforma, che non chiede il permesso di esistere.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In un mondo dove la cultura è merce, la Bielorussia è un’anomalia vivente.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Difenderla significa difendere la libertà di ogni popolo a raccontarsi con la propria voce.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs10lh1-5">Popoli Amici -&gt;</span><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/bielorussia.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/bielorussia.html', null, false)">Bielorussia</a></span><span class="fs10lh1-5">: Articoli correlati</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?bielorussia-sotto-embargo" class="imCssLink">Bielorussia sotto embargo</a></span></div><div><span class="fs10lh1-5">Cultura in trincea</span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?silenzi-e-menzogne-1" class="imCssLink">Silenzi e menzogne</a></span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs10lh1-5">Bibliografia</span></b></div><div><span class="fs10lh1-5">• Natalka Babina, Donne bielorusse. Racconti dal margine dell’Europa, Voland, 2020</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Giulietto Chiesa, Putinfobia, Piemme, 2015 – sezioni su Bielorussia e cultura</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Bielorussia, la cultura invisibile, a cura di T. Santopietro, Ed. Popolare, 2022</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Unesco – Dossier sulla cultura contadina bielorussa come patrimonio immateriale</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Testimonianze raccolte da PeaceLink, Left e Visione TV</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Archivi del Ministero della Cultura della Bielorussia: tradizioni, teatro, festival locali</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Reportage fotografici di Giorgio Bianchi: Volti e luoghi della Bielorussia popolare</span></div><div><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">&lt;<a role="button" href="javascript:window.print()" class="imCssLink">Stampa questa pagina</a>&gt;</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 02 Dec 2024 04:14:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Bielorussia sotto embargo]]></title>
			<author><![CDATA[Redazione Parthrnope]]></author>
			<category domain="https://www.parthenope.org/blog/index.php?category=Popoli_Amici_-_Bielorussia"><![CDATA[Popoli Amici - Bielorussia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000023"><div><b><span class="fs12lh1-5">Bielorussia sotto embargo</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Sovranità punita, popolo silenziato</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel cuore dell’Europa orientale esiste un Paese che ha rifiutato di inginocchiarsi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Un Paese che non ha mai accettato di diventare colonia dei mercati occidentali, né base militare della NATO.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Questo Paese si chiama Bielorussia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per questa colpa — la colpa dell’autonomia — è stato messo sotto embargo, isolato, demonizzato e trasformato in un “regime” da abbattere.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Non per ciò che ha fatto, ma per ciò che ha osato essere: non allineato.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Un Paese indipendente in un’Europa asservita</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Dopo la caduta dell’URSS, mentre quasi tutte le ex repubbliche sovietiche cedevano sovranità in cambio di dollari, basi NATO e “riforme” dettate dall’FMI, la Bielorussia scelse un’altra strada.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Guidata da Aleksandr Lukašenko dal 1994, mantenne il controllo pubblico dei settori strategici, difese la produzione industriale, non svendette le terre né privatizzò la sanità o l’istruzione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Un’economia mista, statalista, protetta.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Un sistema sociale che garantisce pensioni, servizi di base e un basso tasso di disoccupazione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Un modello che, pur con contraddizioni, resiste alla globalizzazione neoliberista.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Embargo e guerra finanziaria: la punizione per l’insubordinazione</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Per l’Occidente, questo è intollerabile.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dal 2006 in poi, l’Unione Europea e gli Stati Uniti hanno imposto ondate di sanzioni economiche:</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• blocco dei crediti internazionali</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• restrizioni su beni tecnologici</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• divieti di esportazione/importazione su larga scala</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• congelamento di asset pubblici</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• esclusione da programmi di cooperazione culturale, sportiva e scientifica</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Queste misure non colpiscono “il regime”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Colpiscono direttamente il popolo, impedendo sviluppo, ammodernamento tecnologico, scambi con l’estero, accesso ai mercati e persino alle cure.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La Bielorussia è sotto assedio economico permanente — ma nessun telegiornale lo racconta.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">I media tacciono, l’embargo uccide</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">La narrazione è sempre la stessa:</span></div><div><span class="fs12lh1-5">“Lukašenko è un dittatore, la Bielorussia è una prigione a cielo aperto.”</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ma il racconto è monodirezionale, ideologico, selettivo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nessuno parla delle centinaia di fabbriche salvate dalla svendita, del diritto al lavoro garantito, del rifiuto di svendere le terre agricole a multinazionali straniere.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nessuno dice che in Bielorussia le università sono gratuite, che l’economia è cresciuta stabilmente fino al 2020, e che la sanità pubblica funziona, nonostante le sanzioni.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">La “democrazia” condizionata</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il vero crimine della Bielorussia è non volersi far governare da Bruxelles o Washington.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">È l’aver difeso un modello sovrano, popolare, orientato a Est, rafforzando l’alleanza con la Russia e partecipando attivamente ai BRICS e all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La Bielorussia non è perfetta. Ma non è nemmeno ciò che ci raccontano.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">È un Paese che ha scelto di restare sé stesso.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">E per questo è stato colpito.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">✊</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">La verità sta nei fatti</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Parthenope difende la verità storica, anche quando è scomoda.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Denunciare l’embargo contro la Bielorussia non significa sostenere un governo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Significa difendere un principio universale:</span></div><div><span class="fs12lh1-5">nessun popolo deve essere affamato, isolato o sottomesso per le sue scelte politiche interne.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Essere solidali con la Bielorussia significa difendere il diritto a esistere fuori dal dominio imperiale.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs10lh1-5">Popoli Amici -&gt;</span><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/bielorussia.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/bielorussia.html', null, false)">Bielorussia</a></span><span class="fs10lh1-5">: Articoli correlati</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs10lh1-5">Bielorussia sotto embargo</span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?cultura-in-trincea" class="imCssLink">Cultura in trincea</a></span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?silenzi-e-menzogne-1" class="imCssLink">Silenzi e menzogne</a></span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs10lh1-5">Bibliografia</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Giulietto Chiesa, Putinfobia, Piemme, 2015 – capitoli su ex URSS e Bielorussia</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Salim Lamrani, Sanzioni. L’arma economica del dominio occidentale, DeriveApprodi, 2020</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Limes, La Bielorussia è Europa?, n. 10/2021</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• CEPR – Le sanzioni contro la Bielorussia e le conseguenze sulla popolazione, 2022</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• ONU – Rapporto dell’Alta Commissaria Bachelet sulle misure coercitive unilaterali, 2021</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Interviste e reportage indipendenti: Sebastiano Caputo, Giorgio Bianchi, Alessandro Di Battista</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Documentari: Bielorussia senza filtri (VisioneTV, 2022)</span></div><div><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">&lt;<a role="button" href="javascript:window.print()" class="imCssLink">Stampa questa pagina</a>&gt;</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 01 Dec 2024 04:12:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Propaganda occidentale e “russofobia”]]></title>
			<author><![CDATA[Redazione Parthrnope]]></author>
			<category domain="https://www.parthenope.org/blog/index.php?category=Popoli_Amici_-_Federazione_Russa"><![CDATA[Popoli Amici - Federazione Russa]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000022"><div><b><span class="fs12lh1-5">Propaganda e russofobia</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Come si costruisce un nemico totale</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La guerra non comincia con le bombe.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Comincia con le parole. Con la ripetizione ossessiva di immagini, frasi, accuse, emozioni pilotate.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La Russia, negli ultimi anni, è diventata il nemico perfetto della macchina narrativa occidentale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In ogni conflitto, l’Occidente ha bisogno di un volto da odiare, da colpevolizzare, da trasformare in simbolo assoluto del “male”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel XXI secolo, questo volto è quello della Federazione Russa.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Una costruzione lenta, chirurgica, mediatica — e pericolosa.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">La fabbrica della russofobia</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">La russofobia non è nuova.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nasce già nel XIX secolo, quando l’impero zarista era visto come l’“Oriente barbaro” da contenere.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Si rafforza con la Rivoluzione d’Ottobre e l’URSS, vista come nemica della civiltà capitalista.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Rinasce negli anni ’90, quando la Russia post-sovietica tenta di rialzarsi senza inginocchiarsi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ma è dal 2014, con il golpe in Ucraina sostenuto da USA e UE e l’annessione della Crimea, che la russofobia esplode in modo sistemico:</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• giornali e TV che parlano solo di “aggressione russa”</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• social che censurano ogni voce alternativa</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• attacchi personali a giornalisti, artisti, accademici non allineati</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• retoriche militariste che presentano la NATO come “difesa della civiltà”</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La Russia diventa l’essenza del male moderno, senza diritto di parola, senza presunzione d’innocenza.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Il nemico utile</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel racconto dominante, la Russia è:</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• autoritaria</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• omofoba</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• imperialista</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• disumana</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• irrimediabilmente “orientale”</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Una caricatura perfetta per legittimare embargo, armi, basi NATO, censura, escalation.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Chi non ripete questa narrazione viene accusato di essere “filo-Putin”, anche se parla solo di pace, diritti internazionali o multipolarismo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">È una trappola narrativa.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Una che trasforma il dissenso in sospetto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La ricerca storica in negazionismo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’ascolto in tradimento.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Il ruolo dei media: una disinformazione organizzata</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Le principali testate occidentali hanno smesso di fare informazione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Raccontano un mondo semplificato in bianco e nero.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Mai una voce russa. Mai un contesto storico. Mai una spiegazione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• I civili del Donbass? Invisibili per otto anni.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• La NATO a ridosso dei confini russi? “Una leggenda”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• I neonazisti ucraini? “Marginali”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• Le sanzioni? “Colpiscono solo Putin”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• I bombardamenti USA? “Interventi umanitari”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Chi controlla l’informazione decide anche cosa non deve essere visto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">E la Russia, oggi, deve essere odiata. Senza eccezioni.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Parole che diventano armi</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">“Regime”, “dittatore”, “invasore”, “propaganda”, “cyber-attacco”, “collaborazionista”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Parole usate per trasformare la realtà in un copione di guerra.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel vocabolario mediatico, la Russia non è più uno Stato: è un bersaglio.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">E in nome di questa semplificazione:</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• si cancellano scrittori</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• si espellono atleti</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• si boicottano artisti</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• si zittiscono accademici</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il pensiero unico si nutre di nemici unici.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">✊</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Ribellarsi alla narrazione, riscoprire la verità</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Parthenope non difende Stati o governi: difende il diritto a non essere manipolati.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Difende il pensiero critico. La complessità. La storia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Essere contro la russofobia non significa “sostenere la Russia”:</span></div><div><span class="fs12lh1-5">significa smascherare l’ipocrisia di un sistema che ha bisogno di costruire mostri per giustificare i propri crimini.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Se oggi la Russia è il nemico assoluto, domani lo sarà qualcun altro.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Perché non conta chi sei, ma quanto ti pieghi.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs10lh1-5">Popoli Amici -&gt;</span><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/federazione-russa.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/federazione-russa.html', null, false)">Federazione Russa</a></span><span class="fs10lh1-5">: Articoli correlati</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?russia-sotto-assedio" class="imCssLink">Russia sotto assedio</a></span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?la-cultura-russa-cancellata" class="imCssLink">La cultura russa cancellata</a></span></div><div><span class="fs10lh1-5">Propaganda occidentale e “russofobia”</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs10lh1-5">Bibliografia e fonti</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Giulietto Chiesa, Putinfobia, Piemme, 2015</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Edward Said, Orientalismo, Feltrinelli, 2005</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Limes, La Russia come specchio dell’Occidente, n. 2/2022</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Massimo Mazzucco, Ucraina: l’altra verità, 2022 (film + analisi)</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Pino Cabras, Fake News. Manipolazione e propaganda mediatica, Piemme, 2020</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Voci indipendenti: Giorgio Bianchi, Sebastiano Caputo, Francesca Totolo</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• UNESCO – Rapporti su censura culturale e discriminazione internazionale</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Osservatori critici internazionali: CEPR, SouthFront, Global Research</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">&lt;<a role="button" href="javascript:window.print()" class="imCssLink">Stampa questa pagina</a>&gt;</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 03 Nov 2024 04:06:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La cultura russa cancellata]]></title>
			<author><![CDATA[Redazione Parthrnope]]></author>
			<category domain="https://www.parthenope.org/blog/index.php?category=Popoli_Amici_-_Federazione_Russa"><![CDATA[Popoli Amici - Federazione Russa]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000021"><div><b><span class="fs12lh1-5">La cultura russa cancellata</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Dalla letteratura al balletto, l’arte messa al bando in nome della guerra</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Quando un sistema non riesce a sconfiggere un popolo con le armi o con le sanzioni, tenta di colpirne l’anima.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">È quello che sta accadendo oggi alla cultura russa, brutalmente espulsa da teatri, festival, musei, biblioteche, università, conservatori e scuole di tutto l’Occidente.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In nome della guerra, si cancella una delle tradizioni culturali più ricche e profonde della storia umana.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Non è solo censura. È epurazione simbolica.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">È un nuovo tipo di colonialismo: non si invadono territori, ma si stermina la memoria.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Letteratura sotto embargo</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Nei mesi successivi allo scoppio della guerra in Ucraina, biblioteche europee hanno rimosso libri di Dostoevskij, spettacoli su Tolstoj sono stati annullati, eventi dedicati a Čechov o Turgenev sono stati cancellati.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In alcune università italiane, si è arrivati a sospendere corsi di lingua e cultura russa, come se studiare una letteratura fosse una forma di complicità.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Una logica da caccia alle streghe, indegna di ogni società che si definisca civile.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Colpire Tolstoj o Nabokov non è un atto contro un governo, ma contro la storia dell’umanità intera.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Balletto, musica, arte: l’assurdo della russofobia culturale</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il balletto russo — uno dei più influenti al mondo — è stato rimosso da cartelloni prestigiosi: da Lo Schiaccianoci alla Bayadère, i teatri europei hanno espulso interi corpi di ballo, anche se composti da artisti dichiaratamente non schierati.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I maestri d’orchestra russi, anche se apolitici, sono stati boicottati.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Concorsi pianistici hanno bandito partecipanti in base al passaporto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Gallerie d’arte hanno chiuso mostre di pittori contemporanei russi, anche dissidenti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Questa non è critica. È discriminazione su base nazionale. È razzismo culturale mascherato da morale.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">L’arte come vittima della propaganda</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">L’arte russa ha sempre contenuto voci plurali: conservatrici, rivoluzionarie, spirituali, anarchiche, cosmopolite.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Colpire indiscriminatamente tutta la produzione culturale di un popolo significa imporre una versione unica del mondo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nella storia, a cancellare libri e dipinti sono stati regimi totalitari, non democrazie.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Eppure oggi, in Europa e in Nord America, si assiste a una deriva grottesca:</span></div><div><span class="fs12lh1-5">chi cancella Pushkin si proclama difensore dei diritti umani.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Cultura usata come arma geopolitica</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il messaggio è chiaro: se non ti allinei, non hai più diritto alla bellezza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il tuo patrimonio non ha valore. La tua arte è contaminata. Il tuo teatro è un crimine.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">È lo stesso meccanismo già applicato a Cuba, Iran, Siria, Palestina.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Oggi viene applicato alla Russia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’Occidente non punisce solo le decisioni politiche.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Punisce l’esistenza autonoma dei popoli. E la cultura è il primo bersaglio.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">✊</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Difendere la cultura russa è un atto di resistenza</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Parthenope rifiuta la russofobia culturale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Rivendica il diritto di leggere, ascoltare, studiare, danzare e condividere l’arte russa senza censura.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Essere contro la guerra non significa partecipare a un linciaggio culturale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Significa, al contrario, riconoscere che la cultura è il luogo del dialogo, non della punizione.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs10lh1-5">Popoli Amici -&gt;</span><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/federazione-russa.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/federazione-russa.html', null, false)">Federazione Russa</a></span><span class="fs10lh1-5">: Articoli correlati</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?russia-sotto-assedio" class="imCssLink">Russia sotto assedio</a></span></div><div><span class="fs10lh1-5">La cultura russa cancellata</span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?propaganda-occidentale-e--russofobia-" class="imCssLink">Propaganda occidentale e “russofobia”</a></span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs10lh1-5">Bibliografia</span></b></div><div><span class="fs10lh1-5">• Giulietto Chiesa, Putinfobia, Piemme, 2015 – capitoli sulla demonizzazione e sulla cultura</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Francesco M. Cataluccio, Cultura russa e libertà, ed. Archinto, 2017</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Limes – La guerra delle culture, n. 4/2022</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Articoli di Gianni Barbacetto, Manlio Dinucci e Francesca Mannocchi su censura e russofobia</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Report e RAI Cultura – dossier su concerti e opere rimosse (2022)</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Interviste a direttori artistici e musicisti boicottati, su Left, Il Manifesto, Internazionale</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Documentazione PEN International e UNESCO su libertà culturale</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">&lt;<a role="button" href="javascript:window.print()" class="imCssLink">Stampa questa pagina</a>&gt;</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 02 Nov 2024 04:04:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Russia sotto assedio]]></title>
			<author><![CDATA[Redazione Parthrnope]]></author>
			<category domain="https://www.parthenope.org/blog/index.php?category=Popoli_Amici_-_Federazione_Russa"><![CDATA[Popoli Amici - Federazione Russa]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000020"><div><b><span class="fs12lh1-5">Russia sotto assedio</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Tra autodeterminazione e nuova guerra fredda</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In un tempo in cui l’informazione è manipolata come un’arma, parlare della Russia senza censure significa scardinare una narrazione tossica, fatta di semplificazioni, isteria mediatica e propaganda bellica.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Significa rimettere la storia e la geopolitica al centro del discorso, oltre la demonizzazione orchestrata.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Significa rispondere a una domanda fondamentale:</span></div><div><span class="fs12lh1-5">perché l’Occidente ha bisogno di un nemico? E perché ha scelto la Russia?</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Dalla fine dell’URSS alla trappola dell’accerchiamento</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991, si pensava che il mondo avrebbe conosciuto una fase di equilibrio multipolare.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ma ciò che è accaduto è esattamente l’opposto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Gli Stati Uniti hanno interpretato la caduta del blocco sovietico non come una possibilità di cooperazione, ma come una vittoria totale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Invece di rispettare gli accordi diplomatici — come quello che assicurava alla Russia che la NATO non si sarebbe espansa verso est — l’Alleanza Atlantica ha fatto l’esatto contrario:</span></div><div><span class="fs12lh1-5">ha inglobato Paesi ex sovietici, piazzato basi ai confini russi, armato regimi ostili.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’obiettivo? Impedire alla Russia di rientrare come attore autonomo e rispettato nello scenario mondiale.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">La nuova guerra fredda (e molto calda)</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">La strategia è chiara: isolare, destabilizzare, punire.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Con ogni mezzo: sanzioni economiche, esclusione diplomatica, attacchi informatici, boicottaggi culturali, demonizzazione dei leader e una narrazione tossica permanente.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dopo il conflitto in Ucraina — nato in un contesto di violenze interne, golpe sponsorizzato dall’Occidente nel 2014, e crescente minaccia NATO — la Russia è stata espulsa simbolicamente dal “consesso delle nazioni civili”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Si è parlato di “impero del male”, di “nuovo Hitler”, di “barbari slavi”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Vecchi cliché coloniali mascherati da analisi geopolitica.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ma la verità è che la Russia sta pagando il prezzo della sua autodeterminazione, della sua volontà di non farsi comandare.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Sanzioni: l’embargo totale dell’indipendenza</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Dal 2022, le sanzioni imposte da USA, UE e alleati colpiscono ogni aspetto della vita quotidiana:</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• Finanza: espulsione dal sistema SWIFT</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• Energia: embargo su gas, petrolio, carbone</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• Industria: blocco alle esportazioni tecnologiche</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• Arte e cultura: annullamenti, censure, boicottaggi</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• Sport e media: espulsione da eventi, chiusura dei canali russi</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Ma chi paga davvero?</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">La popolazione. Gli studenti. I ricercatori. I malati. Gli artisti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Un’intera società punita per non aver tradito la propria sovranità.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Autodeterminazione: parola proibita</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel mondo occidentale, la Russia è oggi l’unico Stato europeo che non accetta il comando della NATO.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Non è questione di simpatia o adesione ideologica.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">È un fatto geopolitico.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Quello che viene presentato come “espansionismo russo” è, nella logica del potere globale, autodifesa strategica.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Quello che viene raccontato come “nazionalismo aggressivo” è, in molti casi, sovranismo antimperialista.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La Russia ha molti problemi interni, certo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ma ha anche un progetto: non essere una colonia del mercato globale, non dissolvere la propria identità, non abdicare alla propria storia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">E questo, per l’Occidente, è intollerabile.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">✊</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">La resistenza di uno Stato scomodo</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Parthenope non giustifica le guerre. Le decostruisce.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">E la guerra contro la Russia è cominciata ben prima dei carri armati:</span></div><div><span class="fs12lh1-5">è cominciata con l’espansione NATO, con la denigrazione mediatica, con il rifiuto di ogni dialogo, con l’appoggio a governi russofobi alle porte di Mosca.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Essere solidali con la Russia oggi non significa approvare un governo, ma riconoscere un principio:</span></div><div><span class="fs12lh1-5">che nessun popolo deve essere schiacciato per essersi difeso.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Che la sovranità non è un crimine.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Che l’autodeterminazione non può essere un privilegio riservato all’Occidente.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs10lh1-5">Popoli Amici -&gt;</span><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/federazione-russa.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/federazione-russa.html', null, false)">Federazione Russa</a></span><span class="fs10lh1-5">: Articoli correlati</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs10lh1-5">Russia sotto assedio</span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?la-cultura-russa-cancellata" class="imCssLink">La cultura russa cancellata</a></span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?propaganda-occidentale-e--russofobia-" class="imCssLink">Propaganda occidentale e “russofobia”</a></span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs10lh1-5">Bibliografia</span></b></div><div><span class="fs10lh1-5">• Giulietto Chiesa, Putinfobia. Origini e retroscena di una russofobia pilotata, Piemme, 2015</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Lucio Caracciolo, La nuova guerra fredda, Limes, n. 3/2022</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Alessandro Di Battista, Meglio liberi. Lettera a mio figlio sul coraggio di cambiare, Rizzoli, 2019 – capitoli su multipolarismo</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Jacques Sapir, La Russia non è colpevole, Edizioni All'insegna del Veltro, 2022</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• ONU, documenti sulle sanzioni e interventi diplomatici su Ucraina, Donbass e Crimea</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Analisi CEPR, Sputnik Italia, Visione TV – contributi indipendenti tradotti o sottotitolati</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Testimonianze raccolte da volontari e giornalisti italiani in Donbass (Giuliano Marrucci, Sebastiano Caputo, Giorgio Bianchi)</span></div><div><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">&lt;<a role="button" href="javascript:window.print()" class="imCssLink">Stampa questa pagina</a>&gt;</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 01 Nov 2024 04:01:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Sanzioni e sopravvivenza]]></title>
			<author><![CDATA[Redazione Parthrnope]]></author>
			<category domain="https://www.parthenope.org/blog/index.php?category=Popoli_Amici_-_Venezuela"><![CDATA[Popoli Amici - Venezuela]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001F"><div><b><span class="fs12lh1-5">Sanzioni e sopravvivenza</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il volto umano della guerra economica contro il Venezuela</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Si chiamano “sanzioni mirate”, ma colpiscono ospedali, bambini, farmaci, trasporti, pensioni, cibo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Si definiscono “strumenti diplomatici”, ma provocano carestie indotte, blackout sistematici, inflazione fuori controllo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Si presentano come misure contro un governo, ma puniscono un intero popolo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Quella in atto contro il Venezuela non è una crisi spontanea. È il risultato diretto di una guerra economica dichiarata, che mira a destabilizzare il Paese, soffocarne il modello politico e preparare il terreno per un cambio di regime gradito all’Occidente.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Le sanzioni: cronaca di una punizione annunciata</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Dal 2014, gli Stati Uniti hanno avviato un crescendo di sanzioni unilaterali, estese poi a livello internazionale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il blocco ha colpito:</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• la compagnia petrolifera statale PDVSA, cuore dell’economia venezuelana</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• il sistema bancario e di pagamento internazionale</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• le importazioni di cibo e medicinali</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• i trasporti e la logistica</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• le transazioni in valuta estera</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• i conti pubblici e le riserve sovrane all’estero</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dal 2017 in poi, l’embargo ha assunto carattere extraterritoriale: punisce anche aziende e Stati che commerciano con Caracas.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Una forma moderna di colonialismo finanziario.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Effetti sulla popolazione</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Secondo il Centro di Ricerca Economica e Politica (CEPR), le sanzioni hanno causato direttamente decine di migliaia di morti, impedendo l’accesso a cure mediche salvavita, a insulina, trattamenti oncologici, macchinari diagnostici.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’inflazione, alimentata dalla speculazione finanziaria e dal crollo delle esportazioni, ha reso impossibile l’acquisto di beni essenziali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Molti venezuelani vivono con meno di un dollaro al giorno, non per incapacità del Paese, ma per strangolamento economico pianificato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I blackout energetici colpiscono intere regioni.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le scuole funzionano a intermittenza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I trasporti pubblici si svuotano.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Eppure, il popolo resiste. Crea. Si riorganizza.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Una crisi costruita ad arte</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Nei media occidentali, si parla solo del “fallimento del socialismo”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Mai delle sanzioni.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Mai del furto delle riserve auree venezuelane bloccate dalle banche inglesi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Mai della confisca dei beni pubblici, come Citgo (filiale USA di PDVSA).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Mai del ruolo di FMI e Banca Mondiale nell’isolamento di Caracas.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il racconto è chiaro:</span></div><div><span class="fs12lh1-5">il Venezuela soffre perché è incapace, non perché è punito.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">È il capolavoro della propaganda.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Umanità sotto embargo</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Nelle file per il pane, nei centri sanitari improvvisati, nei mercati popolari, nei piccoli orti urbani, si costruisce la resistenza quotidiana.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Donne, anziani, bambini, infermieri, studenti: la guerra economica colpisce chi non ha mai imbracciato un fucile, ma paga il prezzo della disobbedienza nazionale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Contro questa ingiustizia, il Venezuela ha risposto con:</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• reti di solidarietà comunitaria</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• monete locali e circuiti di scambio</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• programmi alimentari pubblici (CLAP)</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• alleanze Sud-Sud con Cina, Russia, Iran, Turchia</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Non basta a risolvere tutto. Ma basta a non crollare.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Il silenzio complice dell’Occidente</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Le sanzioni non sono una politica neutra.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Sono atti di guerra finanziaria, dichiarati da governi che parlano di “democrazia” e “diritti umani” mentre negano il diritto alla sopravvivenza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Sono una forma di violenza sofisticata, meno visibile ma non meno letale delle bombe.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Parthenope le denuncia come strumenti di annientamento mascherati da moralismo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Solidarizzare con il Venezuela significa rifiutare la menzogna dell’embargo buono.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Significa stare dalla parte della vita.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs10lh1-5">Popoli Amici -&gt; <a href="https://www.parthenope.org/venezuela.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/venezuela.html', null, false)">Venezuela</a>: Articoli correlati</span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?sanzioni-e-sopravvivenza" class="imCssLink">Venezuela assediato</a></span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?arte-bolivariana" class="imCssLink">Arte Bolivariana</a></span></div><div><span class="fs10lh1-5">Sanzioni e Sopravvivenza</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs10lh1-5">Bibliografia</span></b></div><div><span class="fs10lh1-5">• Geraldina Colotti, Venezuela. L’oro nero del XXI secolo, Jaca Book, 2018</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Marco Teruggi, Venezuela. Il collasso programmato, Zambon, 2021</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• CEPR (Center for Economic and Policy Research), Le sanzioni USA hanno ucciso 40.000 venezuelani, 2019 (trad. disponibile su comuni siti di solidarietà)</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• ONU, Rapporto della Relatrice Alena Douhan sulle sanzioni e i diritti umani in Venezuela, 2021</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Amnesty International – Effetti delle sanzioni sulla salute e sul cibo in Venezuela</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Telesur – Reportage visivi e interviste ai medici e ai lavoratori colpiti dal blocco</span></div><div><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">&lt;<a role="button" href="javascript:window.print()" class="imCssLink">Stampa questa pagina</a>&gt;</span></div><div class="imTACenter"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 03 Oct 2024 02:55:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Arte bolivariana]]></title>
			<author><![CDATA[Redazione Parthrnope]]></author>
			<category domain="https://www.parthenope.org/blog/index.php?category=Popoli_Amici_-_Venezuela"><![CDATA[Popoli Amici - Venezuela]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001E"><div><b><span class="fs12lh1-5">Arte bolivariana</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">La cultura popolare come coscienza collettiva</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel Venezuela della Rivoluzione Bolivariana, l’arte non è solo decorazione o celebrazione: è coscienza popolare, militanza estetica, strumento di resistenza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Mentre il mondo guarda con disprezzo o disinformazione alla trasformazione venezuelana, dentro i quartieri, sulle pareti dei barrios, nei teatri comunitari, negli spazi autogestiti, l’arte diventa linguaggio di massa, costruzione identitaria, atto politico collettivo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In Venezuela, la rivoluzione è anche visuale, musicale, teatrale, poetica. È cultura viva che nasce dal basso.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Muri che parlano</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Nei murales bolivariani si legge la storia viva di un popolo che resiste.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I volti di Chávez, Bolívar, Maisanta, Simón Rodríguez, ma anche i simboli della lotta afro-venezuelana, indigena e femminile: un pantheon di riferimenti popolari e anticoloniali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le brigate grafiche e i collettivi artistici — come Cruz del Sur, Utopía Visual, Colectivo Pantaleta — trasformano ogni muro in manifesto urbano di coscienza e identità.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Colori accesi, frasi forti, citazioni rivoluzionarie: il muralismo venezuelano non adorna, ma denuncia e unisce.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Teatro, poesia e strada</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">L’arte non si chiude nei teatri istituzionali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La Compañía Nacional de Teatro dialoga con collettivi comunitari che portano Shakespeare, Brecht, ma anche testi popolari e bolivariani nelle strade, nei cortili, nelle scuole.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il teatro è partecipazione, memoria, scontro.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La poesia orale ha un ruolo centrale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nei festival del libro e nei raduni socialisti, poeti popolari declamano versi in cui si intrecciano identità, classe, spiritualità e lotta.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La voce poetica, da Roque Dalton a giovani autori locali, è memoria di un popolo che si rifiuta di essere muto.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Musica bolivariana: ritmo e lotta</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Dal hip hop dei barrios alla tradizione llanera, la musica venezuelana è voce sociale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Gruppi come Apache, Actitud María Marta, Los Guaraguao, Vera cantano la realtà quotidiana, le contraddizioni, l’assedio, l’orgoglio.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I ritmi popolari afrovenezuelani vengono recuperati, reinterpretati, politicizzati.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La musica bolivariana è un archivio acustico della rivoluzione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Non è neutra: prende posizione, crea appartenenza, trasmette sapere.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">🖼️ Cultura come militanza</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il Ministero della Cultura e le missiones culturales hanno promosso la democratizzazione dell’arte.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Centri culturali, biblioteche, laboratori, festival del libro e del teatro sono accessibili, gratuiti, decentralizzati.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La cultura in Venezuela non è un lusso elitario, ma un diritto, un dovere, un'arma.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Quando l’embargo cerca di soffocare l’infrastruttura creativa, il popolo risponde con autoproduzione, artigianato, resilienza estetica.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’arte diventa organismo sociale.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Un’arte che non chiede il permesso</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">La cultura bolivariana non cerca l’approvazione occidentale, né si piega alle logiche del mercato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Non viene creata per essere “bella”, ma per essere utile, potente, liberatoria.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Parthenope riconosce in questa estetica della resistenza una fratellanza profonda:</span></div><div><span class="fs12lh1-5">un’arte che nasce dal popolo, per il popolo, contro il silenzio imposto dagli imperi.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs10lh1-5">Popoli Amici -&gt;</span><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/venezuela.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/venezuela.html', null, false)">Venezuela</a></span><span class="fs10lh1-5">: Articoli correlati</span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?venezuela-assediato" class="imCssLink">Venezuela assediato</a></span></div><div><span class="fs10lh1-5">Arte Bolivariana</span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?sanzioni-e-sopravvivenza" class="imCssLink">Sanzioni e Sopravvivenza</a></span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs10lh1-5">Bibliografia</span></b></div><div><span class="fs10lh1-5">• Geraldina Colotti, La parola contraria. Arte e comunicazione nella rivoluzione bolivariana, Zambon, 2017</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• AA.VV., Venezuela, cultura e resistenza, a cura di Patria Grande, 2020</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Simón Rodríguez, Scritti educativi e politici, trad. it., 2009</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Telesur – Archivio audiovisivo e documentari sulle brigate artistiche</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Revista Cultura del Sur, edizioni digitali</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Video-documentari: Venezuela: la cultura che resiste (Redfish, 2022), Cultura y revolución (Telesur, 2018)</span></div><div><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">&lt;<a role="button" href="javascript:window.print()" class="imCssLink">Stampa questa pagina</a>&gt;</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 02 Oct 2024 02:53:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Venezuela assediato]]></title>
			<author><![CDATA[Redazione Parthrnope]]></author>
			<category domain="https://www.parthenope.org/blog/index.php?category=Popoli_Amici_-_Venezuela"><![CDATA[Popoli Amici - Venezuela]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001D"><div><b><span class="fs12lh1-5">Venezuela assediato</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il chavismo oltre la propaganda</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il Venezuela è oggi uno dei Paesi più demonizzati al mondo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Sui media occidentali viene raccontato come uno Stato fallito, governato da un regime autoritario, afflitto da povertà, repressione e caos.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ma cosa c’è dietro questa narrazione?</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Chi scrive il copione che leggiamo ogni giorno?</span></div><div><span class="fs12lh1-5">E soprattutto: chi ha interesse a oscurare la verità su una rivoluzione popolare nata dal basso?</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per capire il Venezuela bisogna guardare oltre la propaganda, oltre le parole manipolate, oltre le immagini scelte per indignare.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Bisogna partire dal principio: la Rivoluzione Bolivariana.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Una rivoluzione per il riscatto del popolo</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel 1999, Hugo Chávez, ex militare e leader carismatico, viene eletto presidente con un programma radicale: redistribuire le ricchezze, rifondare la democrazia, riaffermare la sovranità nazionale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La sua ispirazione: Simón Bolívar, eroe dell’indipendenza latinoamericana.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il “chavismo” non è solo un progetto politico. È una risposta storica alla colonizzazione economica e culturale che per decenni ha svenduto il Venezuela alle multinazionali del petrolio.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per la prima volta, i poveri entrano nei palazzi del potere, nei luoghi della decisione, nei programmi pubblici.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Educazione gratuita, sanità popolare, alfabetizzazione di massa, missioni sociali nei barrios: la rivoluzione parla la lingua del popolo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ma questo processo non viene tollerato.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">La costruzione del nemico</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Appena il Venezuela smette di obbedire agli interessi USA, inizia l’assedio.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel 2002, un colpo di Stato militare — sostenuto da Washington — tenta di rovesciare Chávez. Il popolo scende in piazza. Il golpe fallisce.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Da allora, la strategia cambia: si passa dalla guerra militare a quella mediatica e finanziaria.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Sanzioni internazionali, speculazione economica, campagne mediatiche globali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ogni crisi interna viene amplificata. Ogni errore viene trasformato in prova del “fallimento del socialismo”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ma si tace sull’impatto delle misure esterne, che strangolano l’economia e bloccano importazioni essenziali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel 2019, l’Occidente riconosce un presidente fantoccio, Juan Guaidó, senza legittimità elettorale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Un atto che viola apertamente il principio della sovranità popolare.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Un tentativo di restaurare il dominio economico perduto.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Guerra economica, resistenza quotidiana</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il popolo venezuelano affronta un’emergenza umanitaria indotta.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le sanzioni USA ed europee colpiscono la banca centrale, il commercio petrolifero, l’accesso ai farmaci, alle macchine ospedaliere, al cibo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Eppure, il Venezuela non crolla.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Tra blackout, inflazione, carenze e censure, il popolo continua a partecipare, a discutere, a creare.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le cooperative popolari producono pane, ortaggi, medicine naturali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La cultura comunitaria resiste, si rafforza, si reinventa.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il chavismo non è idolatria. È coscienza collettiva.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Un popolo che, pur criticando, continua a rivendicare il diritto di scegliere il proprio destino.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Chi ha paura di un popolo che si autodetermina?</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il Venezuela è diventato un laboratorio politico e sociale osservato con odio da chi non tollera la disobbedienza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Non perché sia perfetto, ma perché è pericolosamente libero.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Parthenope si schiera con i popoli che resistono.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">E raccontare il Venezuela non significa difendere un governo, ma difendere un diritto negato:</span></div><div><span class="fs12lh1-5">quello di scegliere, sbagliare, costruire e vivere senza essere puniti per aver detto NO all’impero.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs10lh1-5">Popoli Amici -&gt;</span><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/venezuela.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/venezuela.html', null, false)">Venezuela</a></span><span class="fs10lh1-5">: Articoli correlati</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Venezuela assediato</span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?arte-bolivariana" class="imCssLink">Arte Bolivariana</a></span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?sanzioni-e-sopravvivenza" class="imCssLink">Sanzioni e Sopravvivenza</a></span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs10lh1-5">Bibliografia</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Geraldina Colotti, Venezuela. L'oro nero del XXI secolo, Jaca Book, 2018</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Marco Teruggi, Il governo del popolo. Chavez, Maduro e la sfida venezuelana, Zambon, 2020</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Salim Lamrani, Venezuela. Verità e propaganda, DeriveApprodi, 2019</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Amnesty International (edizione italiana), Rapporti sulle sanzioni e crisi umanitaria in Venezuela</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• ONU, Rapporto sulla violazione del diritto allo sviluppo in Venezuela a causa delle sanzioni, 2021</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• TeleSur – documentari e articoli disponibili in italiano tramite reti di solidarietà</span></div><div><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">&lt;<a role="button" href="javascript:window.print()" class="imCssLink">Stampa questa pagina</a>&gt;</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 01 Oct 2024 02:51:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Arte e autodeterminazione]]></title>
			<author><![CDATA[Redazione Parthrnope]]></author>
			<category domain="https://www.parthenope.org/blog/index.php?category=Popoli_Amici_-_Cuba"><![CDATA[Popoli Amici - Cuba]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001C"><div><b><span class="fs12lh1-5">Arte e autodeterminazione</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">La cultura visuale cubana tra embargo e creazione collettiva</span></div><div><span class="fs12lh1-5">A Cuba, l’arte non è lusso. È resistenza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In un Paese sottoposto a uno degli embarghi più lunghi e duri della storia, dove materiali e mezzi scarseggiano, l’arte si è trasformata in linguaggio politico, espressione collettiva, memoria vivente.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nei murales, nei manifesti, nel cinema, nella grafica, Cuba ha costruito — e continua a costruire — una delle più potenti culture visuali di contro-narrazione del mondo contemporaneo.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Murales e manifesti: il muro come pagina</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">A partire dal 1959, i muri dell’isola si sono riempiti di colori e simboli.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Non pubblicità, ma immagini collettive: Fidel, Che, poesie murali, volti di combattenti, eroi afro-cubani, volti del popolo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I murales sono diventati il giornale del popolo, l’album di famiglia della rivoluzione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La tradizione dei manifesti serigrafici (Partido, ICAIC, OSPAAAL) ha reso Cuba famosa per una grafica militante e creativa.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Opere d’arte distribuite nelle scuole, nei cinema, nei centri sociali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Un modo per educare, informare, unire.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Cinema e realtà: l’occhio che racconta il popolo</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Con la nascita dell’ICAIC (Istituto Cubano di Arte e Industria Cinematografica), Cuba ha dato vita a un cinema popolare e rivoluzionario.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Registi come Tomás Gutiérrez Alea, Santiago Álvarez, Humberto Solás hanno raccontato la storia cubana dal basso, attraverso documentari, fiction e montaggi sperimentali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il cinema cubano non è propaganda, ma archivio di sogni, dolori, domande e contraddizioni.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ha documentato l’alfabetizzazione, le campagne mediche, le sfide quotidiane, ma anche le difficoltà e le voci critiche.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In un mondo dove l’immagine è dominio, Cuba ha fatto dell’immagine uno strumento di liberazione.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Arte collettiva e comunitaria</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Senza grandi mercati d’arte, senza gallerie internazionali, l’arte cubana si è sviluppata nei quartieri, nei collettivi, nelle strade.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ogni oggetto diventa supporto: una porta, un legno, un sacco di cemento.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ogni gesto diventa racconto: la pittura, il collage, l’installazione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nascono spazi come La Fábrica de Arte Cubano o Muraleando: fucine in cui arte e comunità si fondono, rompendo i confini tra creatore e pubblico.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Creatività sotto embargo</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">L’embargo non colpisce solo l’economia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Colpisce la creatività, impedendo l’arrivo di materiali artistici, tecnologie, inchiostri, strumenti, mostre, scambi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ma proprio la scarsità ha generato un’estetica dell’autosufficienza:</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• riciclo</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• artigianato</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• creazione collettiva</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• comunicazione essenziale e potente</span></div><div><span class="fs12lh1-5">A Cuba, ogni opera è anche un atto di resistenza:</span></div><div><span class="fs12lh1-5">contro l’isolamento, contro il silenzio, contro l’esportazione di modelli estetici colonizzanti.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">L’arte come autodifesa culturale</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">In un mondo che omologa, l’arte cubana difende la diversità.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In un mondo che impone l’effimero, Cuba dipinge la memoria.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In un mondo che vuole solo immagini da vendere, Cuba crea immagini da condividere.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Essere artista a Cuba significa anche essere resistente.</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Non perché lo si voglia. Ma perché lo si deve.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs10lh1-5">Popoli Amici -&gt;</span><a href="https://www.parthenope.org/cuba.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/cuba.html', null, false)"><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Cuba</span></a><span class="fs10lh1-5">: Articoli correlati</span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?cuba-non-si-piega" class="imCssLink">Cuba non si piega</a></span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?il-suono-della-resistenza" class="imCssLink">Il suono della resistenza</a></span></div><div><span class="fs10lh1-5">Arte e autodeterminazione</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs10lh1-5">Bibliografia</span></b></div><div><span class="fs10lh1-5">• Luciano Del Sette, La rivoluzione dipinta. Storia dell’arte visuale cubana, Manifestolibri, 2012</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Gianni Minà, Un mondo migliore è possibile, con interviste ad artisti cubani, Sperling &amp; Kupfer, 2003</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• ICAIC – Archivi del cinema cubano: https://www.icaic.cu/</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• OSPAAAL Poster Archive – Archivio grafico della solidarietà internazionalista</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Documentario: Suite Habana di Fernando Pérez (2003)</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Rivista La Jiribilla – piattaforma culturale cubana (edizione italiana parziale disponibile online)</span></div><div><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">&lt;<a role="button" href="javascript:window.print()" class="imCssLink">Scarica questo articolo</a>&gt;</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 03 Sep 2024 02:44:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il suono della resistenza]]></title>
			<author><![CDATA[Redazione Parthrnope]]></author>
			<category domain="https://www.parthenope.org/blog/index.php?category=Popoli_Amici_-_Cuba"><![CDATA[Popoli Amici - Cuba]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001B"><div><b><span class="fs12lh1-5">Il suono della resistenza</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Musica, identità e rivoluzione a Cuba</span></div><div><span class="fs12lh1-5">A Cuba, la musica non è solo arte.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">È respiro collettivo, racconto orale, linguaggio politico.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">È atto di resistenza quotidiana.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Sull’isola, ogni ritmo nasce dal mescolarsi di storie: l’Africa deportata, la Spagna colonizzatrice, le voci indigene, la povertà, la spiritualità, la rivoluzione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La musica cubana non ha mai taciuto.</span><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Ha danzato tra le contraddizioni, ha parlato quando parlare era rischioso, ha resistito anche quando mancavano le corde, le bacchette, le batterie.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Una radice africana che non si è mai spezzata</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Nella rumba, nel son, nella santería, nel bolero e nel changüí vivono i battiti dell’Africa schiavizzata.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La cultura afro-cubana è stata perseguitata, ma mai cancellata.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I tamburi batá, gli orisha, i canti in yoruba sono sopravvissuti nella musica — più che nei libri.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Sono diventati mezzo di trasmissione dell’identità profonda di un popolo che non ha dimenticato da dove viene.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Canzoni come manifesti</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Con la rivoluzione del 1959, la musica non fu mai solo celebrativa.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Fu strumento di pedagogia popolare, di alfabetizzazione culturale, di mobilitazione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Canzoni come Hasta Siempre Comandante, La Bayamesa o Guajira Guantanamera divennero inni, racconti, archivi sonori di un’epoca.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">E poi arrivarono i trovadores, i cantautori, la Nueva Trova:</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Silvio Rodríguez, Pablo Milanés, Sara González — poeti della rivoluzione e della coscienza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le loro parole raccontavano la lotta, il dubbio, la speranza e la critica.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Perché anche dentro il processo rivoluzionario, la musica è rimasta libera.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Musica sotto embargo</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il blocco statunitense ha colpito duramente la cultura cubana.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Strumenti introvabili, dischi censurati, artisti isolati dal circuito internazionale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Eppure, la musica non si è mai fermata.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I musicisti cubani hanno suonato con ciò che avevano.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Hanno reinventato il jazz, dialogato con il reggae, sfidato i limiti tecnologici, portando la musica nelle strade, nelle case della cultura, nei barrios.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">E quando i mercati chiudevano le porte, la solidarietà tra i popoli apriva finestre: l’Africa, l’America Latina, l’Europa popolare.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La musica cubana ha viaggiato più lontano dell’embargo.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Ritmo come linguaggio politico</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Ancora oggi, la musica è una forma di resistenza culturale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Contro la globalizzazione culturale, contro il colonialismo mediatico, contro il silenzio imposto.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• Nei quartieri dell’Avana, l’hip hop racconta la marginalità e la dignità.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• Nei cori popolari, la tradizione orale tiene viva la memoria.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• Nelle nuove generazioni, la fusione tra passato e presente diventa atto di continuità.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La musica cubana non chiede il permesso di esistere.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Parla. Suona. Resiste.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs10lh1-5">Popoli Amici -&gt;</span><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/cuba.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/cuba.html', null, false)">Cuba</a></span><span class="fs10lh1-5">: Articoli correlati</span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?cuba-non-si-piega" class="imCssLink">Cuba non si piega</a></span></div><div><span class="fs10lh1-5">Il suono della resistenza</span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?arte-e-autodeterminazione" class="imCssLink">Arte e autodeterminazione</a></span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs10lh1-5">Bibliografia</span></b></div><div><span class="fs10lh1-5">• Daniele Sanzone, Musica resistente. Suoni e voci da Cuba, Edizioni Il Manifesto, 2010</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Helio Orovio, Dizionario della musica cubana, EDT, 2004</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Gianni Minà, Un mondo migliore è possibile. Incontri e dialoghi con Silvio Rodríguez e altri musicisti della Nueva Trova, Sperling &amp; Kupfer, 2003</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Silvio Rodríguez, Canzoni e poesie, trad. italiana, varie edizioni</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Report Oxfam Italia – L’embargo culturale e l’accesso agli strumenti musicali a Cuba, 2021</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Documentari: Buena Vista Social Club (Wim Wenders, 1999) – Cuba, la musica nel sangue (RAI Cultura, 2017)</span></div><div><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">&lt;<a role="button" href="javascript:window.print()" class="imCssLink">Scarica questo articolo</a>&gt;</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 02 Sep 2024 02:41:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Cuba non si piega]]></title>
			<author><![CDATA[Redazione Parthrnope]]></author>
			<category domain="https://www.parthenope.org/blog/index.php?category=Popoli_Amici_-_Cuba"><![CDATA[Popoli Amici - Cuba]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001A"><div><b><span class="fs12lh1-5">Cuba non si piega</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Storia di una rivoluzione sotto assedio</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel cuore dei Caraibi esiste un’isola che da più di sessant’anni rappresenta un’anomalia geopolitica, una sfida storica, una ferita aperta nella coscienza dell’Occidente.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il suo nome è Cuba.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel 1959, con la vittoria della rivoluzione guidata da Fidel Castro, Cuba uscì dalla condizione di colonia informale degli Stati Uniti e rivendicò, davanti al mondo, il diritto all’autodeterminazione. Nazionalizzò le sue risorse, avviò una riforma agraria radicale, alfabetizzò la popolazione, garantì sanità gratuita e scelse un modello economico non allineato.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Non fu perfetta. Ma fu libera.</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">E proprio per questo, venne condannata.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Embargo: una guerra non dichiarata</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dal 1962, gli Stati Uniti hanno imposto un embargo totale sull’isola.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Un blocco economico, commerciale e finanziario che colpisce tutti i settori della vita quotidiana: salute, educazione, energia, tecnologia, cultura.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">È la più lunga sanzione economica della storia moderna.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’embargo non è una misura diplomatica: è una forma di guerra a bassa intensità.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">È il tentativo di strangolare un popolo per renderlo esempio. Per dire al mondo: “Questo è ciò che succede a chi rifiuta la nostra autorità.”</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Una rivoluzione giudicata, mai capita</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Cuba è stata demonizzata in modo sistematico.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le sue conquiste sociali sono state ridotte a propaganda. Le sue difficoltà — spesso provocate proprio dal blocco — sono state presentate come “prove” del fallimento socialista.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’isola è stata isolata, criminalizzata, raccontata con parole d’odio e stereotipi. Eppure, ha resistito.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ha costruito una rete di medici internazionalisti presenti in decine di Paesi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ha dato vita a una delle scuole di cinema più importanti dell’America Latina.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ha tenuto aperte le sue università e biblioteche anche nei momenti peggiori del periodo speciale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ha formato generazioni di intellettuali, artisti, sportivi, tutti figli di un sistema che — con tutti i suoi limiti — ha messo al centro l’essere umano.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Cuba non è un simbolo. È una realtà</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Parlare di Cuba oggi significa uscire dalla retorica.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Non si tratta di idealizzare un modello politico, ma di riconoscere la legittimità della sua esistenza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Cuba ha il diritto di scegliere la propria strada. Ha il diritto di non essere d’accordo con l’Occidente. Ha il diritto di esistere senza essere punita.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Raccontare la verità su Cuba è un atto di giustizia storica.</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">È denunciare l’arroganza imperiale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">È ascoltare un popolo che, nonostante tutto, non si è mai piegato.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs10lh1-5">Popoli Amici -&gt;</span><a href="https://www.parthenope.org/cuba.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/cuba.html', null, false)"><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Cuba</span></a><span class="fs10lh1-5">: Articoli correlati</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Cuba non si piega</span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?il-suono-della-resistenza" class="imCssLink">Il suono della resistenza</a></span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?arte-e-autodeterminazione" class="imCssLink">Arte e autodeterminazione</a></span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs10lh1-5">Bibliografia</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Gianni Minà, Fidel Castro. Storia di una sfida, Sperling &amp; Kupfer, 1991</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Marco Papacci, Cuba. Il diritto a esistere, Editori Riuniti, 2022</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Ernesto Guevara, La guerra di guerriglia, Feltrinelli, 1961</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Gian Giacomo Migone, Il nemico americano, Einaudi, 2002</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Oxfam Italia, Il diritto a vivere senza embargo, 2021</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Assemblea Generale ONU, Risoluzioni contro l’embargo a Cuba, annuali</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Centro Studi CESTES – USB, Cuba e l’embargo USA: una violazione sistematica dei diritti umani, 2020</span></div><div><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">&lt;<a role="button" href="javascript:window.print()" class="imCssLink">Scarica questo articolo</a>&gt;</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 01 Sep 2024 02:38:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Come si costruisce un nemico?]]></title>
			<author><![CDATA[Redazione Parthrnope]]></author>
			<category domain="https://www.parthenope.org/blog/index.php?category=Approfondimenti_Culturali"><![CDATA[Approfondimenti Culturali]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000019"><div><b><span class="fs12lh1-5">Come si costruisce un nemico?</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il nemico non nasce: si crea.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Si fabbrica nei palazzi del potere e nelle redazioni dei media, nei laboratori della propaganda e nei silenzi della diplomazia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Perché per giustificare guerre, embarghi, invasioni, isolamenti e criminalizzazioni, serve sempre una figura da demonizzare. Serve un volto da odiare.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Costruire un nemico è una pratica millenaria, ma nel mondo contemporaneo ha assunto una forma sofisticata, sistematica e “democratica”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Non servono più i proclami urlati: bastano le immagini giuste, le parole ripetute, i concetti seminati con pazienza nei notiziari, nei social, nei manuali scolastici.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">La funzione del nemico</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il nemico serve a molte cose:</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• Legittimare la violenza: attacchi militari, blocchi economici, occupazioni territoriali vengono giustificati come “difesa” o “liberazione”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• Distrarre dai problemi interni: creare un nemico esterno aiuta a canalizzare la frustrazione popolare.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• Rinforzare l’identità dominante: se esiste un nemico “incivile”, “fanatico”, “criminale”, allora l’Occidente può continuare a definirsi “civile”, “razionale”, “superiore”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La figura del nemico è lo specchio deformato della nostra paura e della nostra ipocrisia.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Le fasi della costruzione</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">1. Selezione e isolamento</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Si individua un Paese o un popolo che non si allinea: troppo autonomo, troppo orgoglioso, troppo difficile da controllare.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">2. Semplificazione narrativa</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il contesto storico viene cancellato. Le complessità scompaiono. Resta solo un tratto: sono “dittatori”, “terroristi”, “barbari”, “estremisti”, “invasori”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">3. Rimozione della voce diretta</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Quel popolo non parla più con la sua voce. A parlare sono solo analisti, corrispondenti, dissidenti approvati. Il racconto è filtrato, piegato, manipolato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">4. Saturazione mediatica</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Immagini, frasi, titoli si ripetono ossessivamente. Le emozioni vengono pilotate: paura, rabbia, disprezzo. Così si costruisce il consenso.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">5. Punizione giustificata</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Quando il nemico è “sufficientemente odioso”, ogni azione contro di lui diventa legittima: sanzioni, guerre, colpi di Stato, isolamento culturale.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Nemici utili, nemici eterni</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Chi sono i “nemici utili” dell’Occidente?</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• Cuba: colpevole di resistere da oltre 60 anni all’imperialismo USA</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• Venezuela: colpevole di aver redistribuito le ricchezze e nazionalizzato il petrolio</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• Russia: colpevole di non piegarsi alla NATO e di avere un progetto alternativo di potenza</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• Iran: colpevole di autodeterminarsi fuori dal controllo occidentale</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• Palestina: colpevole di esistere e di resistere all’occupazione</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• Corea del Nord: colpevole di non accettare la penetrazione occidentale</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• Siria: colpevole di non cedere il proprio territorio al caos controllato</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Tutti questi popoli sono stati presentati come irrazionali, minacciosi, primitivi o fanatici, per giustificare il loro assedio.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Le parole della propaganda</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Ogni campagna di demonizzazione ha le sue parole chiave. Apparentemente neutrali, ma pesantemente ideologiche:</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• “Regime” → qualifica negativa data a ogni governo non alleato</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• “Terrorista” → etichetta jolly per criminalizzare ogni forma di resistenza armata</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• “Popolazione oppressa” → usata solo quando l’oppressione è funzionale agli interessi euroatlantici</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• “Missione di pace” → eufemismo per intervento militare</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• “Sanzioni mirate” → embargo devastante mascherato da umanità</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• “Dittatore” → bersaglio personalizzato per semplificare ogni conflitto</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Il nemico è una menzogna costruita a tavolino</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Dietro ogni “nemico”, c’è una voce silenziata, una cultura travisata, un passato manipolato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il nemico, prima di essere distrutto, viene de-umanizzato. Prima ancora che arrivi un missile, arriva una parola.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per questo Parthenope rifiuta la costruzione del nemico.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Perché credere a queste narrazioni è partecipare a una guerra invisibile.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">È rinunciare al pensiero critico. È essere complici.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Riconoscere la menzogna per ascoltare la verità</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Resistere alla propaganda significa riappropriarsi dello sguardo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Significa ascoltare le voci dirette, ricostruire la storia, rimettere in discussione l’informazione che riceviamo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Significa ricordare che il “nemico” non è chi non ci assomiglia, ma chi ci costringe a dimenticare l’umanità degli altri.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs10lh1-5">Popoli Amici -&gt;</span><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/storia.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/storia.html', null, false)">Approfondimenti tematic</a></span></b><b><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/storia.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/storia.html', null, false)">i</a>:</span></b><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Articoli correlati</span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?cos-e-un-embargo-" class="imCssLink">Cos'è un Embargo?</a></span></div><div><span class="fs10lh1-5">Come si costruisce un nemico?</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs10lh1-5">📚</span><span class="fs10lh1-5"> </span><b><span class="fs10lh1-5">Bibliografia</span></b></div><div><span class="fs10lh1-5">• Noam Chomsky, Media e potere, Il Saggiatore, 2013</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Edward Said, Orientalismo, Feltrinelli, 2005</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Franco Cardini, Il nemico necessario, Laterza, 2006</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Gian Giacomo Migone, Il nemico americano, Einaudi, 2002</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Pino Cabras, Fake News. Manipolazione e propaganda mediatica, Piemme, 2020</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Amnesty International, La guerra delle parole, dossier sui conflitti in Iraq e Siria</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Archivio ONU – Risoluzioni e interventi diplomatici sui conflitti in Medio Oriente e America Latina</span></div><div><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">&lt;</span><span class="fs12lh1-5 cf1"><a role="button" href="javascript:window.print()" class="imCssLink">Scarica questa pagina</a></span><span class="fs12lh1-5 cf1">&gt;</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 02 Aug 2024 00:05:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Cos'è un Embargo?]]></title>
			<author><![CDATA[Redazione Parthrnope]]></author>
			<category domain="https://www.parthenope.org/blog/index.php?category=Approfondimenti_Culturali"><![CDATA[Approfondimenti Culturali]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000018"><div><b><span class="fs12lh1-5">Cos’è un embargo?</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">L’arma silenziosa dell’Occidente contro i popoli che non si piegano</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’embargo è una forma di guerra.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Non si combatte con bombe e carri armati, ma con leggi, blocchi economici, isolamento diplomatico e propaganda.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">È una punizione collettiva contro un popolo che ha scelto di autodeterminarsi, di non obbedire, di vivere fuori dai confini del modello occidentale dominante.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">In apparenza, si presenta come uno “strumento di pressione”. Nella realtà, è una forma di violenza sistemica, che priva intere nazioni dell’accesso a beni essenziali: tecnologie, medicinali, materie prime, commercio internazionale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’embargo devasta l’economia interna, frena lo sviluppo sociale, colpisce la popolazione più vulnerabile e indebolisce la sovranità di uno Stato senza mai dichiarare ufficialmente guerra.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">L’embargo viola il diritto internazionale</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il diritto all’autodeterminazione dei popoli è sancito dall’articolo 1 della Carta delle Nazioni Unite e ribadito nei Patti internazionali del 1966 sui diritti civili e politici.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ogni popolo ha il diritto di scegliere il proprio sistema economico, sociale e culturale senza ingerenze esterne.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Ma quando un Paese non si piega alle regole imposte dall’Occidente — che si tratti di Cuba, Venezuela, Iran o Siria — quel diritto viene trasformato in un crimine, e il popolo che lo esercita viene isolato, demonizzato, condannato alla fame e al sottosviluppo.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">L’embargo come strumento di dominio</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Gli Stati Uniti sono il principale promotore delle sanzioni unilaterali, spesso extraterritoriali, ovvero imposte anche a Paesi terzi che commerciano con la nazione sotto embargo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’Europa, pur adottando un linguaggio più “moderato”, ha spesso seguito Washington, applicando o giustificando forme indirette di embargo economico e culturale.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">L’embargo non è mai neutro.</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">È un atto di guerra mascherato da moralità, usato contro chi difende la propria indipendenza politica, economica o culturale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Punisce chi rifiuta il neoliberismo, chi protegge le proprie risorse naturali, chi non vuole basi NATO sul proprio territorio.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Gli effetti sugli esseri umani</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Dietro la parola “embargo” si nascondono bambini senza farmaci, ospedali senza attrezzature, blackout elettrici, sistemi scolastici al collasso, industrie paralizzate.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Colpisce la scienza, la cultura, l’informazione. Riduce interi popoli all’isolamento, per poi accusarli di arretratezza.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">È una forma di colonialismo del XXI secolo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Non impone la bandiera straniera, ma nega l’accesso alla dignità.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">E lo fa in silenzio, senza che le televisioni mostrino le rovine, perché non ci sono missili — solo fame.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Alcuni esempi</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><b><br></b></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Cuba:</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">sottoposta da oltre 60 anni a un embargo totale da parte degli USA, nonostante le condanne annuali dell’ONU. Il blocco ostacola l’accesso a farmaci, tecnologie mediche e risorse economiche di base.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Venezuela:</span><span class="fs12lh1-5"> </span></b><span class="fs12lh1-5">colpito da sanzioni che hanno causato il crollo del settore sanitario e dell’approvvigionamento alimentare, aggravando una crisi economica già complessa.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Iran:</span><span class="fs12lh1-5"> </span></b><span class="fs12lh1-5">oggetto di embargo economico e finanziario per decenni, che ha colpito la popolazione civile e impedito l’accesso a beni fondamentali.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Siria:</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">le sanzioni occidentali continuano a colpire il popolo siriano anche dopo anni di guerra devastante.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Corea del Nord:</span><span class="fs12lh1-5"> </span></b><span class="fs12lh1-5">completamente isolata dal punto di vista commerciale, alimentando un’immagine di barbarie utile alla retorica bellicista.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Russia:</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">oggetto di un’imponente rete di sanzioni economiche, energetiche e culturali da parte di USA, UE e alleati NATO, che colpiscono trasversalmente la popolazione. Il boicottaggio si estende anche a eventi sportivi, scambi accademici e perfino alla circolazione di opere d’arte e musica.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Bielorussia:</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">punita per la sua autonomia politica e per non allinearsi alla logica del blocco occidentale. Le sanzioni colpiscono settori vitali dell’economia e rafforzano l’isolamento culturale e mediatico.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Embargo e propaganda</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il linguaggio è fondamentale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I media parlano di “pressione diplomatica”, “sanzioni mirate”, “strategie di contenimento”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ma nessuno mostra la realtà: un popolo lasciato solo, punito per aver scelto un’altra strada.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Chi impone l’embargo si proclama difensore dei diritti umani, ma nega l’accesso ai diritti più elementari.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Chi bombarda con la finanza si presenta come pacificatore.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Chi affama si traveste da liberatore.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Contro ogni embargo</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Parthenope rifiuta questa logica.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Denuncia l’embargo come reato contro i popoli.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Perché non esistono popoli di serie B, né modelli obbligatori di libertà.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ogni embargo è un crimine contro l’autodeterminazione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ogni popolo ha il diritto di scegliere il proprio futuro — anche quando quel futuro non piace a Washington o Bruxelles.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Essere solidali con i popoli sotto embargo non significa esaltare un sistema, ma difendere un principio:</span></div><div><span class="fs12lh1-5">che nessuno ha il diritto di soffocare la dignità di un altro popolo.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs10lh1-5">Popoli Amici -&gt;</span><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/approfondimenti-tematici.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/approfondimenti-tematici.html', null, false)">Approfondimenti tematic</a></span><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/approfondimenti-tematici.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/approfondimenti-tematici.html', null, false)">i</a>: Articoli correlati</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Cos'è un Embargo?</span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?come-si-costruisce-un-nemico-" class="imCssLink">Come si costruisce un nemico?</a></span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs10lh1-5">Bibliografia</span></b></div><div><span class="fs10lh1-5">Gian Giacomo Migone, Il nemico americano, Einaudi, 2002</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Marco Papacci, Cuba. Il diritto a esistere, Editori Riuniti, 2022</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Gianni Minà, Fidel Castro. Storia di una sfida, Sperling &amp; Kupfer, 1991</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Oxfam Italia, Il diritto a vivere senza embargo, 2021</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Amnesty International Italia, L’embargo degli USA contro Cuba, 2009</span></div><div><span class="fs10lh1-5">ONU, Carta delle Nazioni Unite, art. 1 e art. 2</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Risoluzioni ONU contro l’embargo USA a Cuba (es. A/RES/75/289 – 2021)</span></div><div><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">&lt;</span><span class="fs12lh1-5 cf1"><a role="button" href="javascript:window.print()" class="imCssLink">Scarica questa pagina</a></span><span class="fs12lh1-5 cf1">&gt;</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 01 Aug 2024 00:01:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La galleria è aperta a te]]></title>
			<author><![CDATA[Collettivo Artistico Culturale]]></author>
			<category domain="https://www.parthenope.org/blog/index.php?category=GalleRiart_-_Storia"><![CDATA[GalleRiart - Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000017"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>La Galleria è aperta a te</b></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Dal 2013, negli spazi 30-31 della Galleria Principe di Napoli, accade qualcosa di straordinario. Un luogo che un tempo era abbandonato all’incuria si è trasformato, grazie all’azione volontaria di cittadine e cittadini, in un presidio vivo di arte, cultura, cura e partecipazione politica.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Questo spazio è GalleRiart: un collettivo, ma soprattutto una comunità in movimento.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In questi anni, tra le sue mura si sono alternati progetti politici e incontri pubblici con rappresentanti istituzionali, rassegne teatrali e musicali, mostre d’arte, laboratori espressivi, presentazioni di libri.</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">GalleRiart</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">ha fatto della Galleria Principe di Napoli non solo un punto di incontro, ma</span><span class="fs12lh1-5"> </span><strong data-start="979" data-end="1061"><span class="fs12lh1-5">una casa condivisa per chi crede nella forza della cultura e della solidarietà</span></strong><span class="fs12lh1-5">.</span><br></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Gli spazi sono stati utilizzati anche da professionisti della salute mentale, che hanno attivato uno sportello di ascolto gratuito, accessibile a tuttə. Le attività di benessere psicofisico, come lo yoga e la meditazione, si alternano a momenti di riflessione collettiva, dialogo politico e costruzione dal basso.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">GalleRiart</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">ha sempre avuto lo sguardo aperto al mondo. Al suo interno hanno trovato spazio le voci e le culture delle comunità internazionali presenti sul territorio: dalla Federazione Russa alla Bielorussia, dal Venezuela al Messico. Ognuna ha portato la propria storia, i propri colori, i propri suoni, intrecciandoli con quelli della nostra città. Perché</span><span class="fs12lh1-5"> </span><strong data-start="1737" data-end="1809"><span class="fs12lh1-5">la Galleria è un bene comune, e come tale appartiene a tutte e tutti</span></strong><span class="fs12lh1-5">.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In questi spazi sono nate e cresciute iniziative per il sociale: raccolte solidali, giornate di autofinanziamento per le emergenze internazionali, proiezioni di documentari indipendenti, dibattiti su diritti e ambiente, corsi gratuiti per bambini e ragazzi. Ogni idea ha trovato ascolto, ogni proposta ha avuto la possibilità di essere accolta, trasformata e realizzata collettivamente.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><strong data-start="2200" data-end="2282"><span class="fs12lh1-5">GalleRiart</span><strong data-start="2200" data-end="2282"><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">apre le sue porte a chiunque abbia un progetto da proporre.</span></strong><br></strong></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ogni mercoledì, il collettivo si riunisce per confrontarsi con chi vuole mettere in campo un’attività artistica, culturale o sociale. Gli spazi sono gratuiti. Ciò che si chiede è solo spirito di condivisione, rispetto e desiderio di costruire insieme.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In un tempo in cui troppo spesso ci sentiamo soli o esclusi,</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">GalleRiart</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">è un luogo che accoglie, che ascolta, che dà spazio. È un gesto di fiducia nella città e nelle persone che la abitano.</span><br></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><strong data-start="2730" data-end="2886"><span class="fs12lh1-5">Perché esistono luoghi che non si possono comprare, ma solo vivere. Luoghi che resistono, come un cuore collettivo, che batte forte in mezzo alla città.</span></strong></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">GalleRiart</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">è uno di questi.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div data-line-height="1" class="imTAJustify"><b><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/storia.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/storia.html', null, false)">GalleRiart</a>:</span></b><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Post correlati</span></div><div data-line-height="1" class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?uno-spazio-da-difendere" class="imCssLink">Uno spazio da difendere</a></span></div><div data-line-height="1" class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?galleriart-al-comune-di-napoli" class="imCssLink">GalleRiart al Comune di Napoli</a></span></div><div data-line-height="1" class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">La Galleria è aperta a te</span></div><div data-line-height="1" class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5 cf1">&lt;</span><span class="fs12lh1-5 cf2"><a role="button" href="javascript:window.print()" class="imCssLink">Scarica questa pagina</a></span><span class="fs12lh1-5 cf2">&gt;</span></div><div class="imTACenter"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 02 Jul 2024 23:49:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[GalleRiart al Comune di Napoli]]></title>
			<author><![CDATA[Collettivo Artistico Culturale]]></author>
			<category domain="https://www.parthenope.org/blog/index.php?category=GalleRiart_-_Storia"><![CDATA[GalleRiart - Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000016"><div class="imTARight"><span class="fs12lh1-5">Al sindaco di Napoli, prof. Gaetano Manfredi;</span></div><div class="imTARight"><span class="fs12lh1-5">Al vicesindaco e assessore ai Beni Comuni, dott.ssa Laura Lieto;</span></div><div class="imTARight"><span class="fs12lh1-5">All’assessore al Bilancio e al patrimonio, dott. Pier Paolo Baretta;</span></div><div class="imTARight"><span class="fs12lh1-5">All’assessore alle politiche sociali dott. Luca Fella Trapanese</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Napoli, 25.11.2024</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Oggetto: all’attenzione del sindaco di Napoli sugli spazi 28-31 della Galleria Principe di Napoli</b></span></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Dieci anni fa una serie di collettivi, comitati e gruppi di abitanti napoletani hanno avviato la gestione popolare e autorganizzata di alcuni spazi nella Galleria Principe di Napoli poi nominati GalleriArt. Lo hanno fatto per esercitare un pezzo della propria sovranità, il diritto ad associarsi e organizzarsi, garantire il libero e universale godimento di servizi sociali, artistici e aggregativi che in una crescente crisi economica sono sempre più negati alla maggioranza della popolazione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Lo hanno fatto a fronte del degrado e dell'abbandono in cui versava la Galleria Principe di Napoli a causa dell'inadempienza da parte delle autorità preposte. Questo bene della città senza l'azione di queste organizzazioni popolari non sarebbe stato rimesso all'attenzione cittadina e ridato all'uso pubblico. Non sarebbe stato nel tempo parzialmente riqualificato.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Gli spazi di GalleriArt sono concepiti come beni comuni e soggetti a una piena e ampia fruizione collettiva e pubblica. La riappropriazione di beni abbandonati e lasciati nel degrado da parte di proprietari, pubblici o privati che siano, è un'azione pienamente legittima e meritoria da parte di quegli abitanti che la mettono in pratica. E in quanto tale va riconosciuta da quelle stesse autorità che tali beni hanno lasciato nell’incuria e nell’abbandono per anni.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Tale riappropriazione però non è solo “giusta” da un punto di vista di principi etici e di idee di chi la mette in pratica, essa è innanzitutto un diritto di ogni cittadino, sancito dalla Costituzione, dal Codice civile, dal regolamento del Comune di Napoli e da numerose delibere del Consiglio comunale. Tutti temi oggetto di casi giurisprudenziali, e pronunciamenti della Cassazione, che stabiliscono l'interpretazione dell'uso civico e partecipato dei beni immobili in disuso in maniera costituzionalmente orientata.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Un'esperienza legittima e in linea con i valori fondanti della Costituzione e della sovranità che appartiene al popolo. Non riconoscerne il valore o addirittura avversare tale esperienza vuol dire, quindi, non solo osteggiare la libera organizzazione dei cittadini napoletani ma porsi fuori dai principi fondanti della Repubblica.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">Abusivo e illegale a chi?</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Tutto quanto detto è riscontrabile da alcuni riferimenti utili ad approfondire il tema. Innanzitutto, l'Art.1 della Costituzione “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. In combinazione con l'Art. 3 “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">A questi si aggiungono gli articoli 41, 42, 43 della Costituzione, sull'iniziativa economica e sulla proprietà, unitamente ad alcuni del Codice civile come l'articolo 827 sui “Beni immobili vacanti” e 838 “Espropriazione di beni, che interessano la produzione nazionale o il prevalente interesse pubblico”, invece, che stabiliscono che la proprietà, sia privata che pubblica, non è garantita quale diritto soggettivo assoluto, ma esclusivamente in quanto finalizzata ad assicurare la funzione sociale del bene.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">In particolare, gli articoli della Costituzione citati prevedono:</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">“Art. 41. L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Art. 42. La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati. La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo della funzione sociale e di renderla accessibile a tutti. La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge e salvo indennizzo, espropriata per motivi di interesse generale. La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Art. 43. A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e tramite indennizzo, alla Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale”.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ma non è tutto. L'ultima parte dell'articolo 118 della Costituzione prevede il coinvolgimento dei cittadini nella gestione dei beni pubblici e nella realizzazione di servizi di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà: “Stato, regioni, città metropolitane, provincie e comuni favoriscono l'autonoma iniziativa dei cittadini, singoli ed associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale sulla base del principio di sussidiarietà”.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Per quanto riguarda il Comune di Napoli, invece, all'articolo 3 dello Statuto del Comune, al comma 2, si afferma che: “Il Comune di Napoli, anche al fine di tutelare le generazioni future, garantisce il pieno riconoscimento dei beni comuni in quanto funzionali all'esercizio di diritti fondamentali della persona nel suo contesto ecologico e ne garantisce il pieno godimento nell'ambito delle competenze comunali”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In diverse deliberazioni del Consiglio comunale, inoltre, è stato più volte sancito “il diritto dei cittadini stessi di esprimersi sui “beni comuni”, vale a dire su quei beni come l'acqua, il lavoro, i servizi pubblici, le scuole, gli asili, le Università, il patrimonio culturale e naturale, li territorio, le aree verdi, le spiagge, informati al principio della salvaguardia intergenerazionale, appartenenti alla comunità dei cittadini e dei quali, dunque, alla comunità non può essere sottratto né il godimento , né la possibilità di partecipare al loro governo e alla loro gestione”. &nbsp;</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Sempre il Consiglio comunale ha inoltre più volte sancito che “con l'espressione beni comuni si intendono quei beni a consumo non rivale, ad uso non esclusivo, ma esauribile, che esprimono utilità funzionali all'esercizio dei diritti fondamentali e al libero sviluppo dei cittadini, che possono formare oggetto di fruizione collettiva”.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">Le attività, i servizi e le realtà sociali presenti</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">All’interno degli spazi liberati e ridonati alla città nella Galleria Principe di Napoli da anni nel deserto e nell’abbandono circostante una serie di realtà autorganizzate e popolari offrono importanti servizi, attività e iniziative per la città di Napoli.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il Collettivo GalleriArt ha fatto della fruizione gratuita, pubblica e universale dell’arte il suo cavallo di battaglia. Corsi di pittura, musica e scrittura creativa, esposizioni di opere d’arte, presentazioni di libri, spettacoli teatrali, musicali e performance di ogni genere trovano in questi spazi un luogo per potersi esprimere, sperimentare e offrirsi all’intera città. In un periodo storico dove l’arte e le attività ricreative sono sempre più un lusso per pochi, grazie a GalleriArt sono effettivamente un diritto universale, pubblico e gratuito.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La Consulta Popolare Salute e Sanità della città di Napoli, organo ufficiale del Comune di Napoli, nato per alimentare il protagonismo e la partecipazione dei cittadini all’erogazione del diritto alla salute (art. 32 della Costituzione) sia esso nella difesa della rete sanitaria e ospedaliera della città, per la tutela dell’ambiente e del paesaggio, per la tutela dei sofferenti mentali, dei detenuti, degli immigrati e delle fasce più deboli. Un organo unico nel suo genere, invidiato in tutta Italia, ancora in attesa dell’assegnazione di una sede ufficiale da parte del Comune prevista dalla delibera del Consiglio comunale, e che ha trovato in questi spazi della Galleria il luogo inclusivo, popolare e partecipato in cui svolgere tali attività. Che sia questo il luogo da assegnargli definitivamente in attuazione della delibera del Consiglio comunale?</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il Comitato di lotta per la salute mentale è un organismo popolare storico della città che da anni organizza sofferenti mentali e famiglie fornendo supporto, socialità e un’alternativa all’abbandono e al disagio che questa società impone. Un comitato che svolge un’opera costante di controllo popolare sui distretti sanitari della salute mentale e sui casi di abbandono di sofferenti. Altra realtà che ha trovato negli spazi liberati della Galleria Principe di Napoli un luogo in cui riunirsi e organizzare le proprie attività.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Lo Sportello di ascolto psicologico è un servizio popolare in cui anche i cittadini meno abbienti possono avere un consulto su problemi relazionali, gestione rabbia, ansia, stress, dipendenza, problemi con lo studio, nei rapporti tra genitori e figli o di coppia. Un punto di riferimento e di supporto per giovani, donne e uomini della città.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il Corso popolare Yoga per bambini è un’attività che mescola l’insegnamento di una socialità sana, l’educazione alla meditazione e alla vita collettiva e l’esercizio fisico per i piccoli abitanti del quartiere. Un’esperienza più unica che rara e che riscuote tanto successo. Oltre al corso popolare di Yoga per bambini sempre negli spazi liberati della Galleria Principe di Napoli si tengono il Corso di Yoga e il Corso di Meditazione attiva. Diverse ore della settimana è possibile trovare nel mezzo della metropoli un’oasi di pace e di meditazione autorganizzata e popolare.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il Comitato Free Assange Napoli ha trovato casa in Galleria Principe di Napoli durante tutta la lunga campagna di solidarietà con il regista australiano cui il Comune di Napoli ha dato la cittadinanza onoraria. Ancora oggi il comitato prosegue la sua battaglia in difesa della libertà di stampa e di informazione in Galleria e nel resto della città.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’integrazione e la solidarietà tra i popoli sono altri valori fondanti di questi spazi liberati dove le associazioni di immigrati Bellarus e “Rus”, il gruppo di volontariato Nika, il Comitato dei lavoratori dello Sri Lanka e il Comitato “Diaspora russa” svolgono regolarmente le loro attività e dove autorità diplomatiche come il Consolato del Venezuela a Napoli, il Consolato onorario del Nicaragua, l’Ambasciata cubana e autorità diplomatiche di paesi come lo Sri Lanka tengono da anni iniziative che danno lustro al carattere internazionale e cosmopolita della nostra città.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’associazione Neapolis Balfolk, invece, organizza da anni corsi di danza popolare all’insegna del recupero della tradizione e della sana socialità. Decine di persone ogni settimana animano la Galleria tutta allietando ogni passante, turista e abitante con balli e musica popolare. Un appuntamento oramai fisso e atteso che attraversa tutti i mesi dell’anno.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Infine la Rassegna teatrale" Teatro in galleria" che ogni domenica dell’anno dà spazio ad artisti emergenti, professionisti e amatori perché si esibiscano davanti a un pubblico con spettacoli teatrali, esibizioni musicali, monologhi comici, stand up di poesie o racconti e performance di arte sperimentale. Anche questo è un appuntamento ormai fisso di cui godono centinaia di cittadini durante tutto l’anno.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">Conclusioni</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Gli spazi liberati “GalleriArt” in Galleria Principe di Napoli per il percorso di autorganizzazione, autorecupero e socialità che centinaia di attivisti e cittadini mettono in campo da oltre 10 anni sono diventati un punto di riferimento per tutta la città, il cuore pulsante dell’arte, della sana socialità, della difesa dei valori democratici e costituzionali, del protagonismo popolare e della gioia di prendersi cura della propria città.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Tale processo non può e non deve in alcun modo essere interrotto o minacciato dalla scure della privatizzazione e dei freddi calcoli della Corte dei conti. Sottrarre questo spazio alla comunità che lo ha animato in questi 10 anni vuol dire fare carta straccia della Costituzione italiana e della volontà e autodeterminazione popolare che questa parte della città esercita attraverso questi spazi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’uso popolare di questi spazi può e deve essere salvaguardato. È possibile riconoscere tali spazi come Beni comuni come previsto dal regolamento comunale e sancito da altre delibere precedenti per altre realtà simili. È possibile assegnarli alla Consulta popolare sanità e salute di Napoli cui il Comune deve ancora dare degli spazi previsti dalla delibera del Consiglio comunale. È possibile assegnarli direttamente alle realtà che se ne prendono già cura mediante la costituzione di un soggetto giuridico ad hoc (ATS o altre forme simili usate, ad esempio, per la stabilizzazione di realtà come l’Officina delle culture di Scampia). È possibile trovare altre formule che riconoscano e diano continuità a questo percorso cui ogni realtà citata è disposta a collaborare. Tutto ciò è possibile se c’è da parte di questa amministrazione la volontà politica di mettere in campo un’iniziativa che non potrà che darle lustro e merito.</span></div><div class="imTARight"><span class="fs12lh1-5">Le realtà popolari e sociali che animano gli spazi 28-31 della Galleria Principe di Napoli</span><br></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div data-line-height="1" class="imTAJustify"><b><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/storia.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/storia.html', null, false)">GalleRiart</a></span><span class="fs10lh1-5">:</span></b><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Post correlati</span></div><div data-line-height="1" class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?uno-spazio-da-difendere" class="imCssLink">Uno spazio da difendere</a></span></div><div data-line-height="1" class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">GalleRiart al Comune di Napoli</span></div><div data-line-height="1" class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?la-galleria-e-aperta-a-te" class="imCssLink">La Galleria è aperta a te</a></span></div><div data-line-height="1" class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/pdf_file/galleriart_dossier_forografico.pdf" onclick="return x5engine.imShowBox({ media:[{type: 'iframe', url: 'https://www.parthenope.org/pdf_file/galleriart_dossier_forografico.pdf', width: 1920, height: 1080, description: ''}]}, 0, this);" class="imCssLink">Dossier: Undici anni di attività</a></span></div><div data-line-height="1.15" class="lh1-15 imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">&lt;</span><span class="fs12lh1-5 cf1"><a role="button" href="javascript:window.print()" class="imCssLink">Scarica questa pagina</a></span><span class="fs12lh1-5">&gt;</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 01 Jul 2024 23:43:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Uno spazio da difendere]]></title>
			<author><![CDATA[Collettivo Artistico Culturale]]></author>
			<category domain="https://www.parthenope.org/blog/index.php?category=GalleRiart_-_Storia"><![CDATA[GalleRiart - Storia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000015"><div><b><span class="fs12lh1-5">L'Importanza Sociale di GalleRiart</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">GalleRiart, collettivo artistico, politico e culturale, è un esempio di come la partecipazione civica possa trasformare luoghi abbandonati in risorse vitali per la comunità. Attraverso un’iniziativa volontaria, in linea con l’articolo 42 della Costituzione Italiana, un gruppo di cittadini ha deciso di intervenire per liberare e riqualificare gli spazi 30-31 della Galleria Principe di Napoli, che versavano in condizioni di degrado e incuria.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Grazie al loro impegno, questi spazi sono stati resi agibili e trasformati in un centro multifunzionale, punto di incontro per attività artistiche, culturali e di supporto alla cittadinanza.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">La Nascita e il Ruolo di GalleRiart:</span><span class="fs12lh1-5"> </span></b><span class="fs12lh1-5">GalleRiart è nata nel 2013, dopo un importante intervento di recupero degli spazi 30-31 della Galleria Principe di Napoli. Da subito, il collettivo ha voluto fare di questi luoghi un simbolo di rinascita urbana, restituendo alla città uno spazio non solo fisico ma anche simbolico, aperto alla creatività, alla discussione politica e alla partecipazione culturale. Le attività che si svolgono all’interno di GalleRiart hanno contribuito a dare una nuova vita a un’area che in passato era sinonimo di abbandono e degrado.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Impegno per la Salute Mentale e il Benessere della Comunità:</span><span class="fs12lh1-5"> </span></b><span class="fs12lh1-5">Uno degli aspetti centrali del lavoro di Galleriart è il suo contributo al benessere della comunità attraverso iniziative dedicate alla salute. Sostenendo le attività della Consulta per la Salute e la Sanità, Galleriart si pone in una relazione costruttiva con l’esperienza della cura e dell’ascolto. In questo contesto si inserisce anche lo sportello di supporto psicologico, accessibile a tutti, ospitato all'interno dei suoi spazi.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Iniziative artistiche e culturali:</span><span class="fs12lh1-5"> </span></b><span class="fs12lh1-5">Nel corso degli anni, GalleRiart ha promosso un ampio ventaglio di iniziative volte alla diffusione e fruizione dell'arte, delle attività motorie ed espressive. Gli spazi 30-31 hanno ospitato presentazioni di libri, mostre d’arte, rassegne teatrali e musicali, nonché corsi di vario genere, dalle discipline artistiche a quelle più legate al benessere fisico, come yoga e meditazione. Tutte le attività sono state strutturate per risultare accessibili a tutta la cittadinanza, senza barriere economiche o sociali, con un'attenzione particolare alla promozione della conoscenza di culture diverse. In questo modo, GalleRiart ha creato un luogo di incontro e partecipazione popolare, un vero crocevia di idee e creatività, aperto a tutti.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Attività politica e sociale:</span><span class="fs12lh1-5"> </span></b><span class="fs12lh1-5">Parallelamente, gli spazi di GalleRiart hanno ospitato numerose attività politiche e sociali finalizzate all'informazione e allo scambio di idee. Incontri, convegni e dibattiti su temi di attualità hanno stimolato il confronto tra cittadini, promuovendo la partecipazione attiva e dal basso. Questi momenti di riflessione collettiva hanno contribuito alla creazione di proposte concrete, alla sensibilizzazione su temi di rilevanza sociale e alla costruzione di una rete di solidarietà tra le persone, rafforzando così il senso di comunità e di impegno civico.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Integrazione e Inclusione delle Comunità Internazionali:</span><span class="fs12lh1-5"> </span></b><span class="fs12lh1-5">GalleRiart si distingue anche per la sua apertura con la comunità internazionale, creando uno spazio di scambio interculturale e solidale. Questa dimensione internazionale rafforza la capacità di GalleRiart di promuovere la comprensione e la convivenza tra diverse realtà, contribuendo a una città più aperta e inclusiva.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Supporto alle Iniziative dell’Amministrazione Comunale: Nel corso degli anni, GalleRiart ha collaborato attivamente con l'amministrazione comunale, rispondendo a diverse richieste di supporto. Il collettivo ha saputo dimostrare di essere un partner affidabile, contribuendo allo sviluppo di progetti di interesse pubblico, a beneficio della città intera.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Conclusione:</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">GalleRiart ha svolto e continua a svolgere un ruolo fondamentale nella vita della comunità napoletana, offrendo spazi di inclusione, benessere e scambio culturale. Le numerose attività realizzate negli spazi 30-31 della Galleria Principe di Napoli testimoniano il valore di questo progetto, come dimostra un dossier fotografico e testuale che documenta centinaia di iniziative realizzate nel corso degli anni.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Tuttavia, l’eventuale vendita degli spazi 30-31 a privati non rappresenterebbe solo l’interruzione di un servizio prezioso per la comunità, ma costituirebbe un danno concreto e un’ingiustizia per la città di Napoli e per i suoi abitanti. GalleRiart ha dimostrato come questi spazi possano essere un motore di rinascita sociale e culturale, e la loro privatizzazione segnerebbe una sconfitta non solo per coloro che li hanno riqualificati e resi vivi, ma per tutta la città. È dunque fondamentale proteggere questo bene comune e garantire che resti a disposizione della cittadinanza, affinché Napoli non perda uno dei suoi spazi di aggregazione e di cultura più importanti.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/storia.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/storia.html', null, false)">GalleRiart</a></span><span class="fs10lh1-5">:</span></b><span class="fs10lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Post correlati</span></div><div data-line-height="1"><span class="fs10lh1-5">Uno spazio da difendere</span></div><div data-line-height="1"><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?galleriart-al-comune-di-napoli" class="imCssLink">GalleRiart al Comune di Napoli</a></span></div><div data-line-height="1"><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?la-galleria-e-aperta-a-te" class="imCssLink">La Galleria è aperta a te</a></span></div><div><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5 cf1">&lt;</span><span class="fs12lh1-5 cf2"><a role="button" href="javascript:window.print()" class="imCssLink">Scarica questa pagina</a></span><span class="fs12lh1-5 cf1">&gt;</span></div><div class="imTACenter"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 30 Jun 2024 23:32:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Dalla resistenza partigiana alle lotte contemporanee: quando la storia insegna]]></title>
			<author><![CDATA[Redazione Parthrnope]]></author>
			<category domain="https://www.parthenope.org/blog/index.php?category=Storia_e_Identit%C3%A0"><![CDATA[Storia e Identità]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000014"><div><b><span class="fs12lh1-5 cf1">Dalla resistenza partigiana alle lotte contemporanee: quando la storia insegna</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">La Resistenza: non solo storia, ma esempio per il presente</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">La Resistenza italiana (1943-1945) non è solo un episodio storico, ma un modello di lotta collettiva che continua a ispirare i movimenti sociali contemporanei.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Chi erano i partigiani? Erano operai, studenti, donne, intellettuali, ex militari e contadini uniti da un solo obiettivo: liberare l’Italia dall’occupazione nazifascista e costruire una società più giusta.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Ma la loro eredità non si esaurì con la fine della guerra: i valori della Resistenza alimentarono le lotte operaie, i movimenti studenteschi, le battaglie per i diritti civili e le proteste sociali che ancora oggi scuotono l’Italia e il mondo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Domanda chiave: La Resistenza ci ha insegnato che la lotta per la libertà e la giustizia non finisce mai. Ma oggi, quali sono le battaglie che raccolgono questa eredità?</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">1️</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><b><span class="fs12lh1-5 cf1">Il legame tra la Resistenza e le lotte sociali del Dopoguerra</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Dopo la Liberazione, l’Italia era un paese devastato, ma la Resistenza aveva lasciato un messaggio chiaro: solo l’unione dei lavoratori, degli studenti e delle donne poteva garantire una società più equa.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">1948-1970: Dalle lotte operaie alle proteste studentesche</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5 cf1">Le grandi rivolte operaie degli anni ‘50 e ‘60 affondano le radici nella Resistenza: scioperi, occupazioni e manifestazioni per salari equi e diritti sindacali sono diretti discendenti dell’opposizione al fascismo.</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">Il 1968 e le proteste studentesche videro nelle lotte partigiane un punto di riferimento: gli studenti scesero in piazza per contestare l’autoritarismo, l’istruzione classista e la repressione dello Stato.</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">Le battaglie per il divorzio (1970) e per l’aborto (1978) furono portate avanti con lo stesso spirito di ribellione contro un sistema oppressivo e patriarcale.</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Riferimento: Paolo Spriano, Storia della Resistenza in Italia, Einaudi, 1965.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">2️</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><b><span class="fs12lh1-5 cf1">Le nuove Resistenze: il filo rosso che collega il passato al presente</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><b><br></b></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Oggi le battaglie sociali non sono combattute con le armi, ma con scioperi, manifestazioni, boicottaggi e resistenza civile.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Lotta per i diritti del lavoro: scioperi e proteste</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5 cf1">Lo sciopero generale del 2024: migliaia di lavoratori sono scesi in piazza per protestare contro la legge di bilancio del governo, chiedendo salari dignitosi, sicurezza sul lavoro e investimenti nei servizi pubblici.</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">Le mobilitazioni dei rider e dei precari: il lavoro a chiamata e lo sfruttamento nelle consegne a domicilio sono diventati simboli delle nuove forme di oppressione. Come i partigiani combattevano contro lo sfruttamento del regime, oggi si lotta contro lo sfruttamento neoliberista.</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Riferimento: Luciano Gallino, Il lavoro non è una merce, Laterza, 2001.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5 cf1">Proteste studentesche: dalle barricate del ‘68 alle piazze di oggi</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5 cf1">Gli studenti sono sempre stati in prima linea nelle battaglie sociali.</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">2024: scontri a Torino tra studenti e polizia durante manifestazioni contro le politiche educative del governo.</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">Movimenti per il diritto allo studio e contro la privatizzazione dell’università.</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">I Fridays for Future e le proteste per il clima: giovani di tutto il mondo scendono in piazza per salvare il pianeta, trasformando la lotta ecologista in una nuova Resistenza.</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Riferimento: Marco Revelli, Oltre il Novecento: la politica, le ideologie e le insidie del futuro, Einaudi, 2001.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5 cf1">Antifascismo oggi: la battaglia contro i nuovi autoritarismi</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">La Resistenza ci ha insegnato che il fascismo non muore con la fine di un regime, ma può rinascere sotto altre forme.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5 cf1">Le nuove destre e il revisionismo storico: in molti paesi si cerca di riscrivere la storia, minimizzando i crimini del fascismo o presentandolo come un “male minore”.</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">Attacchi ai migranti e ai diritti civili: la propaganda populista alimenta odio e divisioni sociali, esattamente come facevano i regimi fascisti.</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">In Italia, gruppi neofascisti come CasaPound cercano di legittimarsi nella politica e nelle piazze.</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Domanda chiave: Come possiamo applicare oggi i principi della Resistenza per combattere il nuovo autoritarismo?</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Riferimento: Carlo Greppi, L’antifascismo non serve più a niente?, Laterza, 2020.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">3️</span><span class="fs12lh1-5 cf1"> </span><b><span class="fs12lh1-5 cf1">Dalla Resistenza italiana alla lotta globale: la storia insegna</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Se la Resistenza italiana ha lasciato un’eredità duratura, il suo esempio ha ispirato movimenti di lotta in tutto il mondo.</span></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5 cf1">Movimento Black Lives Matter (USA) → Contro la brutalità della polizia e il razzismo sistemico.</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">Le proteste in Iran per i diritti delle donne → Sfidare il regime teocratico con atti di resistenza civile.</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">La lotta per la Palestina → Un popolo che combatte per il proprio diritto all’autodeterminazione.</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Domanda chiave: La Resistenza italiana ci ha insegnato che la lotta per la libertà non ha confini. Come possiamo collegare le battaglie locali a quelle globali?</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Riferimento: Noam Chomsky, Chi sono i padroni del mondo?, Ponte alle Grazie, 2017.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5 cf1">Conclusione: la Resistenza è viva nelle lotte di oggi</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">La Resistenza partigiana non è un capitolo chiuso nei libri di storia: è un’eredità viva, un principio che continua a ispirare chi lotta per i diritti, per la giustizia sociale, per la libertà.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Dai partigiani agli attivisti di oggi, il messaggio è lo stesso:</span></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5 cf1">La lotta contro l’ingiustizia è sempre attuale.</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">La resistenza non è solo armata: è sciopero, manifestazione, cultura, solidarietà.</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">La storia insegna, ma sta a noi raccogliere il testimone.</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs10lh1-5 cf1"><a href="https://www.parthenope.org/storia-e-identita.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/storia-e-identita.html', null, false)">Storia e Identità</a></span><span class="fs10lh1-5 cf1">:</span><span class="fs10lh1-5 cf1"> </span></b><span class="fs10lh1-5 cf1">Articoli correlati</span></div><div data-line-height="1"><span class="fs10lh1-5 cf1"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?l-eredita-della-magna-grecia--napoli-e-la-filosofia-perduta" class="imCssLink">L’eredità della Magna Grecia</a></span></div><div data-line-height="1"><span class="fs10lh1-5 cf1"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?la-vera-storia-dietro-la--scoperta--dell-america--genocidio-e-depredazione" class="imCssLink">La vera storia dietro la "scoperta dell’America"</a></span></div><div data-line-height="1"><span class="fs10lh1-5 cf1">Dalla resistenza partigiana alle lotte contemporanee</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs10lh1-5 cf1">Riferimenti bibliografici</span></b></div><div><span class="fs10lh1-5 cf1">• Paolo Spriano, Storia della Resistenza in Italia, Einaudi, 1965.</span></div><div><span class="fs10lh1-5 cf1">• Luciano Gallino, Il lavoro non è una merce, Laterza, 2001.</span></div><div><span class="fs10lh1-5 cf1">• Marco Revelli, Oltre il Novecento, Einaudi, 2001.</span></div><div><span class="fs10lh1-5 cf1">• Carlo Greppi, L’antifascismo non serve più a niente?, Laterza, 2020.</span></div><div><span class="fs10lh1-5 cf1">• Noam Chomsky, Chi sono i padroni del mondo?, Ponte alle Grazie, 2017.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5 cf1">&lt;</span><span class="fs12lh1-5 cf1"><span class="fs12lh1-5 cf2"><a role="button" href="javascript:window.print()" class="imCssLink">Scarica questo articolo</a></span></span><span class="fs12lh1-5 cf2">&gt;</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5 cf2"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 03 Jun 2024 17:28:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La vera storia dietro la "scoperta" dell’America: genocidio e depredazione]]></title>
			<author><![CDATA[Redazione Parthrnope]]></author>
			<category domain="https://www.parthenope.org/blog/index.php?category=Storia_e_Identit%C3%A0"><![CDATA[Storia e Identità]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000013"><div><b><span class="fs12lh1-5">La</span></b><b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">vera storia dietro la "scoperta dell’America": genocidio e depredazione</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">La "scoperta" dell’America: mito o invasione?</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Il 12 ottobre 1492, Cristoforo Colombo sbarcò su un’isola dei Caraibi, dando inizio a un evento che i libri di storia occidentali hanno a lungo celebrato come la "scoperta dell’America".</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ma come può essere considerata una scoperta un continente già abitato da milioni di persone? La verità storica è ben diversa: Colombo non scoprì un nuovo mondo, ma aprì le porte a un’epoca di genocidio, schiavitù e depredazione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le civiltà indigene delle Americhe – dai Taíno dei Caraibi agli Aztechi in Messico, dai Maya agli Inca e alle innumerevoli tribù nordamericane – avevano sviluppato società complesse, con città avanzate, economie floride e profonde tradizioni culturali. L’arrivo degli europei non portò civiltà, ma distruzione.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Genocidio delle popolazioni indigene: la più grande strage della storia</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Quando Colombo e i suoi uomini misero piede nel Nuovo Mondo, gli indigeni dei Caraibi li accolsero con doni e ospitalità.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ma in cambio ricevettero violenza, schiavitù e malattie.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">1️</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">I</span></b><b><span class="fs12lh1-5">l</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">massacro dei Taíno: il primo genocidio del Nuovo Mondo</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">Prima dell’arrivo di Colombo, i Taíno popolavano i Caraibi con circa 8 milioni di persone.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">In meno di 50 anni, oltre il 90% della popolazione indigena dell’isola di Hispaniola (oggi Haiti e Repubblica Dominicana) fu sterminata.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Le cause?</span></li></ul></div><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- Massacri indiscriminati da parte dei conquistatori spagnoli.</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- Sfruttamento come schiavi nelle miniere d’oro e nelle piantagioni.</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- Malattie europee come vaiolo e morbillo, contro cui i nativi non avevano difese &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;immunitarie.</span></div></blockquote></blockquote><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Bartolomé de Las Casas, un frate domenicano che assistette al massacro, scrisse nel suo Brevísima relación de la destrucción de las Indias:</span></div><div><span class="fs12lh1-5">"In soli tre mesi, 7.000 bambini morirono per la fame e la fatica nelle miniere. Gli spagnoli massacrarono gli indigeni come se macellassero pecore."</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Riferimento: Bartolomé de Las Casas, Brevísima relación de la destrucción de las Indias, 1552.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">2️</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">La conquista dell’Impero Azteco e il genocidio messicano</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">Nel 1519, l’esploratore spagnolo Hernán Cortés arrivò in Messico e, con l’aiuto di tribù alleate, conquistò la capitale azteca Tenochtitlán nel 1521.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Dopo la caduta della città, tra i 200.000 e i 300.000 Aztechi furono massacrati.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Gli spagnoli imposero il cristianesimo e distrussero i templi aztechi, sostituendoli con chiese cattoliche.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Le malattie europee completarono il genocidio: tra il 1520 e il 1600, la popolazione del Messico passò da circa 25 milioni a meno di 1 milione.</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Cosa resta oggi della civiltà azteca?</span></b></div><div data-line-height="1.15"><br></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">Gran parte della storia degli Aztechi è conosciuta attraverso cronache spagnole, spesso distorte.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">I loro templi sono stati distrutti o inglobati nelle città coloniali.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Molte lingue indigene del Messico sono a rischio di estinzione.</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Riferimento: Hugh Thomas, La conquista del Messico, Mondadori, 2013.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">3️</span><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">La conquista dell’Impero Inca: da Cusco alle miniere d’argento</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><b><br></b></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">Nel 1532, Francisco Pizarro e un manipolo di spagnoli catturarono l’imperatore Inca Atahualpa e lo giustiziarono.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Le città Inca furono saccheggiate, i templi distrutti e le popolazioni ridotte in schiavitù.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Il vero obiettivo era l’argento delle Ande: milioni di nativi furono costretti a lavorare nelle miniere, spesso fino alla morte.</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">L’eredità della conquista:</span></div><div data-line-height="1.15"><br></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">L’odierna povertà delle popolazioni indigene sudamericane è diretta conseguenza della colonizzazione.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">La cultura Inca fu quasi completamente cancellata: le lingue quechua e aymara sono ancora parlate, ma minacciate dalla globalizzazione.</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Riferimento: John Hemming, The Conquest of the Incas, Harcourt, 1970.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Depredazione delle risorse: il saccheggio dell’America</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">La colonizzazione non fu solo genocidio, ma anche saccheggio sistematico delle ricchezze del Nuovo Mondo.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">L’oro e l’argento delle Americhe alimentarono l’economia europea, finanziando guerre e imperi.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Il lavoro forzato e la schiavitù trasformarono il continente americano in una colonia economica dell’Europa.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Il sistema delle encomiendas imponeva ai nativi di lavorare per i conquistatori in cambio di "protezione" e conversione al cristianesimo.</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Esempio: le miniere d’argento di Potosí (Bolivia)</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">Una delle più grandi miniere d’argento del mondo, sfruttata dagli spagnoli per oltre 300 anni.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">I nativi erano costretti a lavorare in condizioni inumane, con un’aspettativa di vita di pochi anni.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Si calcola che fino a 8 milioni di indigeni siano morti nelle miniere tra il XVI e il XVIII secolo.</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Riferimento: Eduardo Galeano, Le vene aperte dell’America Latina, Sperling &amp; Kupfer, 1971.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Conclusione: la memoria di un genocidio dimenticato</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Oggi, il 12 ottobre è ancora celebrato in molte nazioni come il "Giorno di Colombo" o il "Día de la Hispanidad". Ma sempre più comunità indigene e storici chiedono di riconoscere questa data come il Giorno della Resistenza Indigena.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La verità storica deve emergere: la scoperta dell’America non fu un trionfo, ma una catastrofe per milioni di persone.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le popolazioni indigene ancora oggi lottano per i loro diritti, contro la discriminazione e l’espropriazione delle loro terre.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La memoria storica non può essere cancellata: è necessario raccontare la verità per comprendere le radici delle disuguaglianze attuali.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div data-line-height="1"><b><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/storia-e-identita.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/storia-e-identita.html', null, false)">Storia e Identità</a></span><span class="fs10lh1-5">:</span><span class="fs10lh1-5"> </span></b><span class="fs10lh1-5">Articoli correlati</span></div><div data-line-height="1"><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?l-eredita-della-magna-grecia--napoli-e-la-filosofia-perduta" class="imCssLink">L’eredità della Magna Grecia</a></span></div><div data-line-height="1"><span class="fs10lh1-5">La vera storia dietro la "scoperta dell’America"</span></div><div data-line-height="1"><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?dalla-resistenza-partigiana-alle-lotte-contemporanee--quando-la-storia-insegna" class="imCssLink">Dalla resistenza partigiana alle lotte contemporanee</a></span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs10lh1-5">Riferimenti bibliografici</span></b></div><div><span class="fs10lh1-5">• Bartolomé de Las Casas, Brevísima relación de la destrucción de las Indias, 1552.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Hugh Thomas, La conquista del Messico, Mondadori, 2013.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• John Hemming, The Conquest of the Incas, Harcourt, 1970.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Eduardo Galeano, Le vene aperte dell’America Latina, Sperling &amp; Kupfer, 1971.</span></div><div><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">&lt;</span><span class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5 cf1"><a role="button" href="javascript:window.print()" class="imCssLink">Scarica questo articolo</a></span></span><span class="fs12lh1-5 cf1">&gt;</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 02 Jun 2024 17:24:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[L’eredità della Magna Grecia: Napoli e la filosofia perduta]]></title>
			<author><![CDATA[Redazione Parthrnope]]></author>
			<category domain="https://www.parthenope.org/blog/index.php?category=Storia_e_Identit%C3%A0"><![CDATA[Storia e Identità]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000012"><div><span class="fs12lh1-5"><b>L’eredità della Magna Grecia: Napoli e la filosofia perduta</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Napoli, figlia della Grecia: un’eredità dimenticata?</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Quando pensiamo alla filosofia greca, il nostro immaginario si sposta ad Atene, a Platone e Aristotele. Eppure, la vera culla della filosofia occidentale non è solo in Grecia, ma anche nelle colonie della Magna Grecia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Napoli, fondata nel VI secolo a.C. con il nome di Neapolis (Nuova Città), non è stata solo un avamposto della cultura greca in Italia, ma un crocevia di idee, scuola di pensiero e ponte tra Oriente e Occidente.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Oggi, però, questa eredità sembra dimenticata, sepolta sotto secoli di dominazioni e trasformazioni. Ma è davvero così?</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Filosofia e Magna Grecia: Napoli tra due mondi</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Napoli, come altre città della Magna Grecia, non fu solo una colonia commerciale, ma un centro culturale e filosofico di primo piano. Le idee nate nel sud Italia influenzarono profondamente il pensiero greco e, successivamente, quello romano.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le scuole filosofiche che prosperarono nella Magna Grecia avevano un rapporto stretto con Neapolis, che fungeva da snodo culturale tra le diverse correnti di pensiero.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">1️ La scuola Pitagorica: Napoli e l’armonia dell’universo</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">La scuola fondata da Pitagora a Crotone non era solo matematica e numerologia, ma una vera e propria visione filosofica della realtà.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">I pitagorici credevano che tutto fosse numero, un principio che influenzò non solo la scienza, ma anche la musica e l’estetica.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Napoli, situata tra le polis pitagoriche, assorbì questi insegnamenti e divenne un punto di trasmissione tra la Magna Grecia e il mondo romano.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">La concezione pitagorica dell’anima immortale e della metempsicosi (trasmigrazione delle anime) influenzò correnti successive come il platonismo e il neoplatonismo.</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Eredità moderna: Il legame tra Napoli e Pitagora è rimasto nella tradizione musicale napoletana: l’armonia e il ritmo, studiati dai pitagorici, si ritrovano ancora nella musica partenopea.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Riferimento: Carl A. Huffman, Pythagoras and the Early Pythagoreans, Oxford University Press, 2005.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">2️</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">La scuola Eleatica: Napoli e il concetto di essere</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Un’altra grande corrente filosofica nata nella Magna Grecia è la scuola eleatica, fondata da Parmenide a Elea (oggi Velia, vicino Salerno).</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">Parmenide affermava che il cambiamento era un’illusione: tutto è uno, immutabile, eterno.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Il suo allievo Zenone divenne famoso per i suoi paradossi, che mettevano in crisi il concetto di movimento e pluralità.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Neapolis divenne un punto di contatto tra la scuola eleatica e i filosofi greci, contribuendo alla diffusione delle loro idee.</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Eredità moderna: I concetti eleatici influenzarono la filosofia medievale e rinascimentale, fino a influenzare pensatori come Spinoza e Hegel.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Riferimento: Giovanni Reale, Storia della filosofia greca e romana, Bompiani, 2004.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">3️</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><b><span class="fs12lh1-5">Napoli e il neoplatonismo: da Platone a Giordano Bruno</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Napoli non solo conservò l’eredità filosofica della Magna Grecia, ma la rielaborò e la rilanciò attraverso il Neoplatonismo, movimento che fiorì tra il III e il VI secolo d.C.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">Plotino, uno dei più importanti filosofi neoplatonici, studiò in Egitto e a Roma, ma le sue idee trovarono terreno fertile nel sud Italia.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Marsilio Ficino e la riscoperta del platonismo nel Rinascimento furono influenzati dalle idee neoplatoniche trasmesse a Napoli.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Giordano Bruno, uno dei più grandi pensatori della storia, fu fortemente influenzato da questa tradizione.</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Eredità moderna: Il pensiero neoplatonico è ancora oggi alla base di molte concezioni filosofiche sulla realtà e sulla percezione dell’universo.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Riferimento: Eugenio Garin, La filosofia del Rinascimento italiano, Einaudi, 1966.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Napoli oggi: memoria perduta o filosofia nascosta?</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Oggi, l’eredità filosofica della Magna Grecia non è del tutto scomparsa, ma è nascosta tra le vie della città, nei suoi simboli e nelle sue tradizioni.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli conserva reperti che raccontano il passato greco della città.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">La cultura popolare napoletana mantiene una visione del mondo che ha radici nel pensiero filosofico antico: fatalismo, saggezza popolare, concetti di ciclicità e destino.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">La città stessa è costruita su un labirinto di simboli, molti dei quali derivano dal pensiero greco e dalla sua interpretazione medievale e rinascimentale.</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Domanda aperta: Napoli può riscoprire e valorizzare questa eredità? Può riportare alla luce il suo ruolo di città della filosofia, non solo della musica e dell’arte?</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Conclusione: Napoli, il cuore perduto della filosofia occidentale</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Napoli non è stata solo una colonia della Magna Grecia, ma un ponte tra Oriente e Occidente, tra passato e futuro.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Se oggi l’eredità filosofica sembra dimenticata, basta scavare sotto la superficie per trovarne le tracce. Dai graffiti sui muri alle leggende popolari, dai vicoli ai palazzi storici, Napoli è ancora una città filosofica, anche se non lo sa.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">E forse, in un mondo che ha bisogno di nuove idee e nuove visioni, è tempo che Napoli rivendichi il suo posto nella storia della filosofia.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/storia-e-identita.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/storia-e-identita.html', null, false)">Storia e Identità</a></span><span class="fs10lh1-5">:</span><span class="fs10lh1-5"> </span></b><span class="fs10lh1-5">Articoli correlati</span></div><div data-line-height="1"><span class="fs10lh1-5">L’eredità della Magna Grecia</span></div><div data-line-height="1"><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?la-vera-storia-dietro-la--scoperta--dell-america--genocidio-e-depredazione" class="imCssLink">La vera storia dietro la "scoperta dell’America"</a></span></div><div data-line-height="1"><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?dalla-resistenza-partigiana-alle-lotte-contemporanee--quando-la-storia-insegna" class="imCssLink">Dalla resistenza partigiana alle lotte contemporanee</a></span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs10lh1-5">Riferimenti bibliografici</span></b></div><div><span class="fs10lh1-5">• Carl A. Huffman, Pythagoras and the Early Pythagoreans, Oxford University Press, 2005.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Giovanni Reale, Storia della filosofia greca e romana, Bompiani, 2004.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Eugenio Garin, La filosofia del Rinascimento italiano, Einaudi, 1966.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Salvatore Settis, Futuro del “classico”, Einaudi, 2004.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Lucia Galli, Napoli greca e romana: archeologia di una città, L’Erma di Bretschneider, 2011.</span></div><div><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">&lt;</span><span class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5 cf1"><a role="button" href="javascript:window.print()" class="imCssLink">Scarica questo articolo</a></span></span><span class="fs12lh1-5 cf1">&gt;</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 01 Jun 2024 17:20:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Napoli e il Sud dimenticato: storia, saccheggio e riscatto]]></title>
			<author><![CDATA[Collettivo Resistenza Culturale]]></author>
			<category domain="https://www.parthenope.org/blog/index.php?category=Sud_e_Memoria_-_La_Storia_Nascosta_del_Meridione"><![CDATA[Sud e Memoria - La Storia Nascosta del Meridione]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000011"><div><div class="imTALeft"><b><span class="fs12lh1-5 cf1">Napoli e il sud dimenticato</span></b></div></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">«L'unità d'Italia è stata e sarà - ne ho fede invitta - la nostra redenzione morale. Ma è stata, purtroppo, la nostra rovina economica. Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico, sano e profittevole. L'unità ci ha perduti. E come se questo non bastasse, è provato, contrariamente all'opinione di tutti, che lo Stato italiano profonde i suoi benefici finanziari nelle province settentrionali in misura ben maggiore che nelle meridionali.» (Giustino Fortunato, lettera a Pasquale Villari, 2 settembre 1899)</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">La Napoli di Parthenope non è solo un nome evocativo, ma una dichiarazione di identità e di appartenenza. È il simbolo di una città che, prima dell’Unità d’Italia, non solo prosperava economicamente, ma brillava come centro culturale e filosofico di primo piano.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Quando pensiamo alla filosofia greca, il nostro immaginario si sposta ad Atene, a Platone e Aristotele. Eppure, la vera culla della filosofia occidentale non è solo in Grecia, ma anche nelle colonie della Magna Grecia. Napoli, come altre città della Magna Grecia, non fu solo una colonia commerciale, ma un crocevia di idee e di pensiero. Le scuole filosofiche che fiorirono nel sud Italia influenzarono profondamente il pensiero greco e, successivamente, quello romano. Napoli non solo conservò questa eredità, ma la rielaborò e la rilanciò attraverso il Neoplatonismo, movimento che fiorì tra il III e il VI secolo d.C., trovando poi nuova linfa nel Rinascimento e nelle opere di pensatori come Giordano Bruno.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Napoli non è stata solo una colonia della Magna Grecia, ma un ponte tra Oriente e Occidente, tra passato e futuro. Tuttavia, con l’Unità d’Italia, La Napoli di Parthenope e il Regno delle Due Sicilie furono coinvolti nelle vicende del Risorgimento. L’unificazione segnò un periodo di profonda crisi economica per il Sud, con il trasferimento delle risorse verso il Nord e la nascita della questione meridionale. Un declino che non fu soltanto economico, ma anche culturale, perché Napoli venne privata del ruolo centrale che per secoli aveva rivestito nel Mediterraneo.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Storia di Napoli: Dal Centro Artistico e Culturale alle Dominazioni e l’Annessione all’Italia</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">La Napoli di Parthenope ha sempre rappresentato un punto di riferimento fondamentale nella storia e nella cultura europea. Sin dal Medioevo e soprattutto nel periodo rinascimentale e barocco, la città fu uno dei principali centri artistici e culturali d’Europa. Il suo prestigio si affermò grazie a una fervida attività artistica, letteraria e musicale, che rese La Napoli di Parthenope un crocevia di idee e innovazioni (Croce, B., Storia del Regno di Napoli, 1925).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La Napoli di Parthenope Centro Artistico e Culturale</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Durante il Rinascimento e il Barocco, La Napoli di Parthenope divenne un importante polo culturale. Artisti come Caravaggio, Ribera e Luca Giordano vi lavorarono lasciando opere di straordinaria bellezza. L’architettura fiorì con la costruzione di palazzi, chiese e opere pubbliche di grande rilevanza. Anche la musica ebbe un ruolo fondamentale, con la nascita della celebre Scuola Musicale Napoletana, che influenzò la musica europea per secoli (D’Ambrosio, A., La scuola musicale napoletana del XVIII secolo, 1985). Il teatro con autori come Giovan Battista Basile e, più tardi, il celebre Carlo Goldoni, consolidò la fama di La Napoli di Parthenope come centro creativo e culturale.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">I Rapporti Artistici tra La Napoli di Parthenope e la Russia</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel corso dei secoli, La Napoli di Parthenope ebbe anche importanti scambi culturali con la Russia. Già dal XVIII secolo, durante il regno di Caterina la Grande, la musica napoletana trovò grande accoglienza alla corte russa. Compositori come Domenico Cimarosa e Giovanni Paisiello furono invitati a San Pietroburgo per lavorare alla corte imperiale, contribuendo alla diffusione dell’opera napoletana in Russia (Taruskin, R., Music in the Seventeenth and Eighteenth Century Russia, 2005). Anche la pittura e l’architettura napoletana esercitarono un certo fascino sui committenti russi, influenzando diversi artisti dell’epoca.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel XIX secolo, la collaborazione tra La Napoli di Parthenope e la Russia si intensificò, specialmente nel campo musicale. Il compositore Pyotr Ilyich Tchaikovsky visitò La Napoli di Parthenope e ne rimase profondamente affascinato, citando la città nelle sue lettere e trovando ispirazione nelle sue melodie popolari (Brown, D., Tchaikovsky: The Man and His Music, 2007). La presenza russa a La Napoli di Parthenope si rafforzò anche con gli scambi accademici e le influenze stilistiche nel campo dell’arte e del teatro.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Il Periodo delle Dominazioni Straniere</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">La posizione strategica di La Napoli di Parthenope nel Mediterraneo la rese oggetto di numerose dominazioni straniere. Dopo la fine dell’indipendenza sveva nel 1266, la città passò sotto il controllo degli Angioini, che la trasformarono in capitale del Regno di Napoli (Galasso, G., Il Regno di Napoli: Il Mezzogiorno angioino e aragonese, 2007). Nel 1442 subentrarono gli Aragonesi, che arricchirono la città di monumenti e favorirono l’umanesimo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Con la conquista spagnola nel 1504, La Napoli di Parthenope divenne una delle città più popolose e ricche d’Europa, governata dai viceré spagnoli fino al 1707. Successivamente passò sotto il dominio austriaco e poi borbonico nel 1734, con la dinastia dei Borbone che consolidò l’identità del Regno delle Due Sicilie (Bianchi, G., I Borbone di Napoli, 2010). L'era borbonica terminò ufficialmente nel 1861 con la caduta del Regno delle Due Sicilie.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">L’Annessione al Regno d’Italia</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Con l’Unità d’Italia, La Napoli di Parthenope e il Regno delle Due Sicilie furono coinvolti nelle vicende del Risorgimento. Nel 1860, Giuseppe Garibaldi conquistò la città con la spedizione dei Mille e decretò l’annessione al Regno d’Italia, che fu ufficializzata con il plebiscito dell’ottobre dello stesso anno (Mack Smith, D., Il Risorgimento italiano, 1968). Tuttavia, l’unificazione segnò un periodo di crisi economica per il Sud, con il trasferimento delle risorse verso il Nord e la nascita della questione meridionale, che ancora oggi rappresenta un tema di dibattito storico ed economico.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Un Patrimonio Tradito, un Futuro da Riconquistare</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Oggi, La Napoli di Parthenope, custode di una saggezza antica, ripudia ogni guerra e ogni forma di violenza. Sarebbe favorevole a riallacciare i rapporti con la Russia e ad aderire ai BRICS, nell’ottica di un mondo più multipolare e giusto. Allo stesso tempo, coglie l’occasione per esprimere un sincero atto di scuse a tutti i popoli colonizzati e bombardati con la complicità del governo italiano, riconoscendo le responsabilità storiche e auspicando un futuro di pace e cooperazione tra le nazioni.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div data-line-height="1"><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/sud-e-memoria.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/sud-e-memoria.html', null, false)">Sud e Memoria</a></span></div><div data-line-height="1"><span class="fs10lh1-5">Napoli e il, sud dimenticato</span><br></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs10lh1-5">Riferimenti Bibliografici</span></b></div><div><span class="fs10lh1-5">• &nbsp;Croce, B. Storia del Regno di Napoli, Laterza, 1925.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• &nbsp;D’Ambrosio, A. La scuola musicale napoletana del XVIII secolo, Edizioni Scientifiche Italiane, 1985.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• &nbsp;Taruskin, R. Music in the Seventeenth and Eighteenth Century Russia, Oxford University Press, 2005.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• &nbsp;Brown, D. Tchaikovsky: The Man and His Music, Yale University Press, 2007.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• &nbsp;Galasso, G. Il Regno di Napoli: Il Mezzogiorno angioino e aragonese, UTET, 2007.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• &nbsp;Bianchi, G. I Borbone di Napoli, Salerno Editrice, 2010.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• &nbsp;Mack Smith, D. Il Risorgimento italiano, Laterza, 1968.</span></div><div><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5 cf2">&lt;</span><span class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><a role="button" href="javascript:window.print()" class="imCssLink">Scarica questo articolo</a></span></span><span class="fs12lh1-5 cf2">&gt;</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 01 May 2024 17:14:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La cancellazione della memoria: perché i monumenti vengono privatizzati?]]></title>
			<author><![CDATA[Collettivo Resistenza Culturale]]></author>
			<category domain="https://www.parthenope.org/blog/index.php?category=Resistenza_Culturale"><![CDATA[Resistenza Culturale]]></category>
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			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000010"><div><b><span class="fs12lh1-5 cf1">La cancellazione della memoria: perché i monumenti vengono privatizzati?</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">I monumenti: pilastri della memoria collettiva</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Ogni monumento racconta una storia. Non è solo pietra e bronzo, ma un simbolo che lega una comunità alla propria identità, al proprio passato, ai propri diritti. Privatizzarli significa trasformare il patrimonio comune in una merce, in un prodotto da vendere e sfruttare.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Ma cosa succede quando ciò che appartiene a tutti viene venduto ai privati? Se la storia diventa proprietà di pochi, chi decide cosa ricordare e cosa dimenticare?</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5 cf1">Dalla privatizzazione alla perdita della cittadinanza</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Il concetto di cittadinanza non è solo un documento o un diritto legale, ma un appartenenza attiva agli spazi pubblici, alla cultura e alla storia di una città.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Se i monumenti vengono privatizzati, la città diventa un prodotto di lusso.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5 cf1">L'accesso ai luoghi storici diventa selettivo.</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">La narrazione storica viene filtrata secondo gli interessi di chi gestisce il monumento.</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">La memoria collettiva viene trasformata in uno strumento di profitto.</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Se i cittadini perdono il controllo sui propri simboli, perdono anche il diritto di viverli liberamente.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5 cf1">Una piazza storica può diventare uno spazio chiuso, accessibile solo a pagamento.</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">Un monumento può essere rimosso, alterato o persino distrutto per favorire speculazioni edilizie.</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">Il turismo di massa può cancellare il valore culturale dei luoghi, trasformandoli in scenografie senz’anima.</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Esempio: Venezia e la privatizzazione degli spazi pubblici</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">A Venezia, il fenomeno della privatizzazione ha già trasformato parte del tessuto urbano in una vetrina per turisti facoltosi.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5 cf1">Molti palazzi storici sono stati venduti a gruppi finanziari internazionali, diventando hotel di lusso.</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">Alcuni monumenti sono stati concessi a privati per eventi esclusivi, limitando l’accesso ai cittadini.</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">Intere aree urbane sono state svuotate della loro funzione sociale, rendendo Venezia una città per pochi e non per i suoi abitanti.</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5 cf1">Il rischio della "città privata": chi possiede il passato, possiede il futuro</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Se il fenomeno della privatizzazione dei monumenti si espande, si corre il rischio di trasformare le città in proprietà private, escludendo progressivamente i cittadini dalla loro storia.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5 cf1">I monumenti non sarebbero più simboli di identità, ma strumenti di marketing.</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">La memoria storica diventerebbe manipolabile da chi ha il controllo economico.</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">La cittadinanza perderebbe il suo significato reale: non più appartenenza, ma consumo.</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5 cf1">Esempio: Londra e la vendita del patrimonio pubblico</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">A Londra, diversi edifici storici e monumenti sono stati venduti a investitori stranieri. Risultato?</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5 cf1">Alcuni ex spazi pubblici ora sono gestiti da aziende private, che decidono chi può accedervi e a quali condizioni.</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">L’identità storica della città viene progressivamente ridefinita in base agli interessi economici, non più in base alla memoria collettiva.</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5 cf1">Privatizzare il passato significa cancellare il futuro</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Se il patrimonio storico viene trasformato in un bene privato, chi ne detiene il controllo decide anche il modo in cui la storia viene raccontata. Questo è pericoloso per diversi motivi:</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5 cf1">La memoria diventa selettiva. Alcuni episodi storici potrebbero essere minimizzati o cancellati se non in linea con gli interessi di chi possiede il monumento.</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">La cultura diventa elitaria. L’accesso ai beni storici potrebbe essere riservato a chi può pagare per vederli.</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">Le città perdono la loro anima. Se un monumento non è più un bene collettivo, la città stessa perde parte della sua identità.</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Esempio: Parigi e l’incendio di Notre-Dame</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Dopo l’incendio della cattedrale di Notre-Dame, la ricostruzione è stata finanziata da gruppi privati che hanno cercato di influenzare il restauro secondo interessi commerciali.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5 cf1">C’era il rischio che l’interno della cattedrale venisse modificato per diventare un’attrazione turistica “modernizzata”.</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">La possibilità di "sponsorizzazioni" da parte di aziende ha aperto un dibattito sull’autonomia della memoria storica.</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5 cf1">Difendere il patrimonio culturale significa difendere la cittadinanza</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Lottare contro la privatizzazione dei monumenti non è solo una questione di conservazione storica, ma di diritti e di democrazia.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5 cf1">Un monumento venduto è un pezzo di cittadinanza perso.</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">Una piazza privatizzata è uno spazio pubblico negato.</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">Una memoria cancellata è una libertà in meno.</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Se vogliamo che le nostre città rimangano luoghi vivi, inclusivi e partecipativi, dobbiamo difendere i loro monumenti come parte del bene comune.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Perché la storia non è una merce. È la nostra identità. E l’identità non si vende.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div data-line-height="1"><b><span class="fs10lh1-5 cf1"><a href="https://www.parthenope.org/resistenza-culturale.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/resistenza-culturale.html', null, false)">Resistenza Culturale</a></span><span class="fs10lh1-5 cf1">:</span><span class="fs10lh1-5 cf1"> </span></b><span class="fs10lh1-5">Articoli correlati</span></div><div data-line-height="1"><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?l-arte-come-atto-di-resistenza--storie-di-artisti-ribelli" class="imCssLink">L’arte come atto di resistenza</a></span></div><div data-line-height="1"><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?dall-impero-al-colonialismo-moderno--come-il-potere-manipola-la-cultura" class="imCssLink">Dall’impero al colonialismo moderno</a></span></div><div data-line-height="1"><span class="fs10lh1-5">La cancellazione della memoria</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs10lh1-5 cf1">Riferimenti bibliografici</span></b></div><div><span class="fs10lh1-5 cf1">• Pier Luigi Petrillo, La privatizzazione del patrimonio culturale, Giappichelli Editore, 2012.</span></div><div><span class="fs10lh1-5 cf1">• Anna Lisa Tota e Trever Hagen, Memoria e oblio: usi pubblici della storia e costruzione dell'identità nazionale, Meltemi, 2016.</span></div><div><span class="fs10lh1-5 cf1">• Salvatore Settis, Il futuro del passato: il patrimonio culturale tra memoria e conoscenza, Einaudi, 2004.</span></div><div><span class="fs10lh1-5 cf1">• Giovanni Semi, La città e la memoria: monumenti e politiche della memoria nelle città contemporanee, Laterza, 2015.</span></div><div><span class="fs10lh1-5 cf1">• Stefano Baia Curioni e Maurizio Merlo, Il patrimonio culturale tra pubblico e privato: modelli di gestione a confronto, Il Mulino, 2009.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5 cf1">&lt;</span><span class="fs12lh1-5 cf1"><span class="fs12lh1-5 cf2"><a role="button" href="javascript:window.print()" class="imCssLink">Scarica questo articolo</a></span></span><span class="fs12lh1-5 cf2">&gt;</span></div><br></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 03 Apr 2024 15:54:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Dall’impero al colonialismo moderno: come il potere manipola la cultura]]></title>
			<author><![CDATA[Collettivo Resistenza Culturale]]></author>
			<category domain="https://www.parthenope.org/blog/index.php?category=Resistenza_Culturale"><![CDATA[Resistenza Culturale]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000F"><div><div class="imTALeft"><b><span class="fs12lh1-5">Dall’impero al colonialismo moderno</span></b></div></div><div data-line-height="1" class="lh1"><span class="fs12lh1 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Il passaggio dall'epoca degli imperi coloniali al colonialismo moderno ha visto l'evoluzione di strategie più sottili e pervasive per esercitare il controllo sulle culture e sulle identità dei popoli. Queste nuove forme di dominio si manifestano attraverso la manipolazione culturale, l'imposizione linguistica e l'appropriazione culturale, perpetuando dinamiche di potere che, sebbene meno evidenti, sono altrettanto oppressive.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5 cf1">Orientalismo: la costruzione dell'Altro</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Uno degli strumenti principali del colonialismo culturale è l'Orientalismo, concetto sviluppato dal critico letterario e teorico culturale Edward Said. Nel suo saggio "Orientalismo" (1978), Said analizza come l'Occidente abbia costruito una rappresentazione stereotipata e distorta dell'Oriente, descrivendolo come irrazionale, primitivo e inferiore. Questa costruzione ha giustificato e perpetuato la dominazione occidentale, creando una dicotomia tra un "noi" civilizzato e un "loro" esotico e arretrato. Questa narrativa ha influenzato non solo la politica e l'economia, ma anche la letteratura, l'arte e l'immaginario collettivo, consolidando l'idea della superiorità occidentale. it.wikipedia.org</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1"><b>Lingua e potere: la "bomba culturale"</b></span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Un altro aspetto cruciale del colonialismo moderno è l'imposizione linguistica. Lo scrittore keniota Ngũgĩ wa Thiong'o, nel suo saggio "Decolonizzare la mente" (1986), descrive la lingua come un veicolo di cultura e identità. L'imposizione delle lingue coloniali ha alienato i popoli colonizzati dalle proprie radici, portandoli a percepire la propria cultura come inferiore. Ngũgĩ definisce questa strategia una "bomba culturale" che distrugge la fiducia di un popolo nella propria identità, nelle proprie tradizioni e nella propria capacità di autodeterminazione. La sua risposta è stata quella di abbandonare l'inglese nella sua scrittura, tornando alla sua lingua madre, il gikuyu, come atto di resistenza culturale. it.wikipedia.org</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5 cf1">Appropriazione culturale: il saccheggio dell'identità</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">L'appropriazione culturale rappresenta un'ulteriore forma di dominio nel colonialismo moderno. Si tratta dell'adozione, spesso inconsapevole o irrispettosa, di elementi di una cultura minoritaria da parte di una cultura dominante. Questo fenomeno può manifestarsi nell'utilizzo di simboli, abiti, musiche o pratiche tradizionali senza una reale comprensione o rispetto del loro significato originario. L'appropriazione culturale svuota questi elementi del loro contesto e li riduce a meri oggetti di consumo, perpetuando stereotipi e contribuendo alla marginalizzazione delle culture da cui provengono. it.wikipedia.org</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5 cf1">Turismo e neocolonialismo: il caso di Antigua</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Un esempio concreto di come il potere manipola la cultura nel contesto del colonialismo moderno è descritto da Jamaica Kincaid nel suo saggio "Un posto piccolo". L'autrice analizza come l'industria del turismo ad Antigua perpetui schemi neocoloniali, trasformando l'isola in un prodotto per il consumo occidentale. Questo processo non solo sfrutta economicamente la popolazione locale, ma ne altera anche l'identità culturale, imponendo modelli e aspettative estranee alla loro realtà. Il turismo diventa così un mezzo attraverso il quale le potenze occidentali mantengono il controllo sulle ex colonie, mascherando il dominio sotto l'apparenza dell'intrattenimento e dell'esotismo. it.wikipedia.org</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5 cf1">Conclusione</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Il colonialismo moderno si manifesta attraverso strategie sofisticate che mirano a controllare e manipolare la cultura dei popoli. Dall'orientalismo all'imposizione linguistica, dall'appropriazione culturale al turismo neocoloniale, queste forme di dominio perpetuano disuguaglianze e ostacolano l'autodeterminazione delle comunità oppresse. Riconoscere e contrastare queste dinamiche è fondamentale per promuovere una reale decolonizzazione delle menti e delle culture.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs10lh1-5 cf1"><a href="https://www.parthenope.org/resistenza-culturale.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/resistenza-culturale.html', null, false)">Resistenza Culturale</a></span><span class="fs10lh1-5 cf1">:</span><span class="fs10lh1-5 cf1"> </span></b><span class="fs10lh1-5 cf1">Articoli correlati</span></div><div data-line-height="1"><span class="fs10lh1-5 cf1"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?l-arte-come-atto-di-resistenza--storie-di-artisti-ribelli" class="imCssLink">L’arte come atto di resistenza</a></span></div><div data-line-height="1"><span class="fs10lh1-5 cf1">Dall’impero al colonialismo moderno</span></div><div data-line-height="1"><span class="fs10lh1-5 cf1"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?la-cancellazione-della-memoria--perche-i-monumenti-vengono-privatizzati-" class="imCssLink">La cancellazione della memoria</a></span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs10lh1-5 cf1">Riferimenti bibliografici</span></b><br></div><div><span class="fs10lh1-5 cf1">• "Decolonizzare la mente: la politica della lingua nella letteratura africana" di Ngũgĩ wa Thiong'o (Jaca Book, 2015): Questo saggio analizza l'impatto dell'imposizione linguistica coloniale sulle culture africane e propone la riscoperta delle lingue native come forma di resistenza culturale. it.wikipedia.org</span></div><div><span class="fs10lh1-5 cf1">• "Un posto piccolo" di Jamaica Kincaid (Adelphi, 1991): L'autrice offre una critica al neocolonialismo attraverso l'analisi dell'industria del turismo ad Antigua, evidenziando come essa perpetui schemi di dipendenza economica e culturale. it.wikipedia.org</span></div><div><span class="fs10lh1-5 cf1">• "L'occidentalizzazione del mondo" di Serge Latouche (Bollati Boringhieri, 1992): Questo saggio esplora come l'espansione dei valori occidentali abbia uniformato le culture globali, analizzando le conseguenze dell'imperialismo e del colonialismo sulla diversità culturale. it.wikipedia.org</span></div><div><span class="fs10lh1-5 cf1">• "Orientalismo" di Edward W. Said (Feltrinelli, 2008): Un'opera fondamentale che esamina come l'Occidente abbia costruito una rappresentazione distorta dell'Oriente per giustificare il dominio coloniale.</span></div><div><span class="fs10lh1-5 cf1">• "Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan" di Joseph Massad (Columbia University Press, 2001): Questo libro analizza come le istituzioni statali abbiano influenzato la formazione dell'identità nazionale in Giordania, evidenziando l'eredità del colonialismo nelle strutture moderne. it.wikipedia.org</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5 cf1">&lt;</span><span class="fs12lh1-5 cf1"><span class="fs12lh1-5 cf2"><a role="button" href="javascript:window.print()" class="imCssLink">Scarica questo articolo</a></span></span><span class="fs12lh1-5 cf2">&gt;</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf2"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 02 Apr 2024 15:49:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[L’arte come atto di resistenza: storie di artisti ribelli]]></title>
			<author><![CDATA[Collettivo Resistenza Culturale]]></author>
			<category domain="https://www.parthenope.org/blog/index.php?category=Resistenza_Culturale"><![CDATA[Resistenza Culturale]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000E"><div><b><span class="fs12lh1-5">L’arte come atto di resistenza: storie di artisti ribelli</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Quando il potere cerca di soffocare la libertà, l’arte diventa un grido di resistenza.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">La storia dimostra che l’arte non è mai solo un atto estetico. Può essere un’arma contro l’oppressione, una voce per chi non ha voce, un mezzo per sfidare il potere. Per questo motivo, regimi autoritari e sistemi repressivi hanno sempre tentato di controllarla, censurarla o manipolarla.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ma ogni epoca ha avuto i suoi artisti ribelli, quelli che hanno usato la pittura, la musica, il teatro o la poesia come strumenti di lotta. Quelli che hanno pagato il prezzo della loro arte con l’esilio, la prigione o addirittura la morte.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Questa è la loro storia.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">L’arte come resistenza politica e sociale</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">L’arte è sempre stata usata dai movimenti di protesta per sfidare il potere. Dai graffiti della Resistenza italiana ai murales della Palestina, dagli inni rivoluzionari ai film censurati dai regimi, gli artisti hanno spesso rischiato tutto per raccontare la verità.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il muralismo messicano: l’arte come propaganda sociale</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel Messico post-rivoluzionario degli anni ‘20 e ‘30, l’arte divenne uno strumento politico. Il governo incaricò artisti come Diego Rivera, David Alfaro Siqueiros e José Clemente Orozco di dipingere murales che raccontassero la lotta delle classi popolari.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ma questi artisti non si limitarono a seguire le direttive ufficiali: trasformarono i muri in manifesti di resistenza contro l’ingiustizia sociale e il capitalismo selvaggio.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Rivera dipinse murales che denunciavano lo sfruttamento operaio. Siqueiros fu arrestato più volte per il suo attivismo comunista. Orozco raccontò con la sua arte la brutalità della colonizzazione spagnola e la lotta dei contadini.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Questa forma d’arte ispirò generazioni di attivisti e continua a vivere oggi nei murales di tutto il mondo.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Riferimento: Andrea Kettenmann, Diego Rivera, Taschen, 2015.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Il teatro clandestino: il caso di Bertolt Brecht</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Durante il nazismo, molti artisti furono censurati, perseguitati o costretti all’esilio. Tra loro, Bertolt Brecht, il grande drammaturgo tedesco, che usò il teatro per denunciare l’ascesa del fascismo e la manipolazione delle masse.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Costretto a fuggire dalla Germania nel 1933, scrisse "L’opera da tre soldi" e "Vita di Galileo", opere che smascheravano il potere corrotto e la propaganda di stato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Anche dopo la caduta del nazismo, Brecht continuò a essere visto con sospetto, questa volta dai governi occidentali per le sue idee marxiste.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Riferimento: Bertolt Brecht, Scritti teatrali, Einaudi, 2010.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">La musica di denuncia: Victor Jara e il golpe cileno</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel Cile degli anni ‘70, il musicista Víctor Jara divenne il simbolo della resistenza contro la dittatura di Pinochet.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le sue canzoni raccontavano la vita dei contadini sfruttati, la speranza della rivoluzione, il sogno di un Cile libero. Quando Pinochet prese il potere nel 1973, Jara fu arrestato, torturato e assassinato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ma la sua musica non è morta con lui: ancora oggi, nelle proteste cilene, le sue canzoni vengono cantate come inni di resistenza.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Riferimento: Joan Jara, Victor Jara: Un canto truncado, Red Internacional del Libro, 1983.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Banksy: l’arte di strada come protesta globale</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel mondo contemporaneo, l’artista più famoso della resistenza è senza dubbio Banksy.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">I suoi graffiti sono atti di denuncia: contro la guerra, contro il consumismo, contro la sorveglianza di massa.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Uno dei suoi murales più celebri si trova sul Muro della Cisgiordania, dove ha dipinto immagini di bambini che sognano un mondo senza confini. Un’opera che trasforma una barriera di oppressione in un manifesto di speranza.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Riferimento: Stefano Antonelli, Banksy: Il terrorista dell'arte, Castelvecchi, 2010.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Il rap come voce delle periferie: il caso di Assalti Frontali</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Anche in Italia, l’arte è stata usata come strumento di denuncia sociale. Nel rap degli anni ‘90, il gruppo Assalti Frontali ha portato le storie delle periferie sul palcoscenico della musica nazionale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Con brani come "Batti il tuo tempo", il gruppo ha raccontato il disagio sociale, la violenza della polizia, la lotta dei movimenti di protesta. Un esempio di come la musica possa diventare un megafono per chi non ha voce.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Riferimento: Militant A (Luca Mascini), Conquista il tuo quartiere e conquisterai il mondo, Baldini+Castoldi, 2021.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Conclusione: l’arte non si spegne</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Ogni epoca ha avuto i suoi artisti ribelli. Oggi, in un mondo sempre più omologato, la resistenza culturale è più importante che mai.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’arte è un atto di disobbedienza. Un atto di memoria. Un atto di speranza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">E finché ci saranno muri da dipingere, piazze da riempire, palcoscenici da occupare, ci saranno artisti pronti a resistere.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/resistenza-culturale.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/resistenza-culturale.html', null, false)">Resistenza Culturale</a></span><span class="fs10lh1-5">:</span><span class="fs10lh1-5"> </span></b><span class="fs10lh1-5">Articoli correlati</span></div><div data-line-height="1"><span class="fs10lh1-5">L’arte come atto di resistenza</span></div><div data-line-height="1"><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?dall-impero-al-colonialismo-moderno--come-il-potere-manipola-la-cultura" class="imCssLink">Dall’impero al colonialismo moderno</a></span></div><div data-line-height="1"><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?la-cancellazione-della-memoria--perche-i-monumenti-vengono-privatizzati-" class="imCssLink">La cancellazione della memoria</a></span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Riferimenti bibliografici</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• Andrea Kettenmann, Diego Rivera, Taschen, 2015.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• Bertolt Brecht, Scritti teatrali, Einaudi, 2010.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• Joan Jara, Victor Jara: Un canto truncado, Red Internacional del Libro, 1983.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• Stefano Antonelli, Banksy: Il terrorista dell'arte, Castelvecchi, 2010.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">• Militant A (Luca Mascini), Conquista il tuo quartiere e conquisterai il mondo, Baldini+Castoldi, 2021.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">&lt;</span><span class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5 cf1"><a role="button" href="javascript:window.print()" class="imCssLink">Scarica questo articolo</a></span></span><span class="fs12lh1-5 cf1">&gt;</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 01 Apr 2024 15:45:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Teatro di strada: l’arte che non si piega alle logiche del mercato]]></title>
			<author><![CDATA[Collettivo Artistico Culturale]]></author>
			<category domain="https://www.parthenope.org/blog/index.php?category=Le_Voci_dell%27Arte"><![CDATA[Le Voci dell'Arte]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000D"><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">Teatro di strada: l’arte che non si piega alle logiche del mercato</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il teatro di strada è l’essenza pura dell’arte ribelle. Senza palcoscenici dorati, senza biglietti d’ingresso, senza sponsor o pubblicità, il teatro di strada vive nelle piazze, nei vicoli, tra la gente comune. È un’arte che rifiuta le catene del mercato, che sfida le logiche del profitto, che si nutre della libertà e della spontaneità.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">Origini storiche: un teatro per il popolo</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs12lh1-5">Dalle fiere medievali ai Carri di Tespi, il teatro ha sempre cercato il contatto diretto con il pubblico. Nel Medioevo, artisti e giullari si esibivano nelle piazze durante fiere e mercati, portando l’arte fuori dai luoghi istituzionali e rendendola accessibile a tutti. scuolaromanadicirco.net</span></li><li><span class="fs12lh1-5">I Carri di Tespi, teatri mobili che giravano per l’Italia nel XX secolo, rappresentano un esempio di come il teatro possa raggiungere anche le comunità più remote, portando cultura e intrattenimento direttamente nelle strade. it.wikipedia.org</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">Resistenza alle logiche del mercato</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs12lh1-5">Autonomia artistica: gli artisti di strada non sono vincolati da contratti o da esigenze commerciali. La loro arte è libera, autentica, non influenzata dalle tendenze del mercato.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Accessibilità universale: il teatro di strada è per tutti. Non ci sono barriere economiche o sociali. Chiunque può fermarsi e assistere a uno spettacolo, rendendo l’arte un bene comune.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Critica sociale: molte performance di strada affrontano temi di denuncia sociale, politica e culturale, offrendo spunti di riflessione e &nbsp;promuovendo il cambiamento.</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">Esempi contemporanei di resistenza culturale</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs12lh1-5">Nuovo Cinema Palazzo: a Roma, questo spazio è stato occupato per impedire la sua trasformazione in un casinò, diventando un simbolo di resistenza culturale e offrendo eventi artistici gratuiti per la comunità. webzine.theatronduepuntozero.it</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Lunathica: festival internazionale di teatro di strada in Piemonte, che porta spettacoli gratuiti nelle piazze, valorizzando l’arte indipendente e avvicinando il pubblico alla cultura. it.wikipedia.org</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">Conclusione: l’arte che appartiene a tutti</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il teatro di strada è una forma d’arte che resiste alle pressioni del mercato, che mantiene viva la tradizione dell’arte popolare, che dà voce a chi non ne ha. È un atto di ribellione, un grido di libertà, una dimostrazione che l’arte vera non può essere ingabbiata.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/le-voci-dell-arte.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/le-voci-dell-arte.html', null, false)">Le Voci dell'Arte</a></span><span class="fs10lh1-5">:</span><span class="fs10lh1-5"> </span></b><span class="fs10lh1-5">Articoli correlati</span></div><div data-line-height="1" class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?gli-artisti-invisibili--chi-crea-nelle-strade-e-nei-vicoli-senza-vetrine-dorate" class="imCssLink">Gli artisti invisibili</a></span></div><div data-line-height="1" class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?la-musica-come-strumento-di-denuncia-sociale" class="imCssLink">La musica come strumento di denuncia sociale</a></span></div><div data-line-height="1" class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">Teatro di strada</span></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">Riferimenti bibliografici</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">• Carri di Tespi. (s.d.). In Wikipedia. Recuperato da https://it.wikipedia.org/wiki/Carri_di_Tespi</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">• Lunathica. (s.d.). In Wikipedia. Recuperato da https://it.wikipedia.org/wiki/Lunathica</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">• Nuovo Cinema Palazzo, cronaca di una resistenza culturale. (2019). In Theatron 2.0. Recuperato da https://webzine.theatronduepuntozero.it/editoriale-nuovo-cinema-palazzo-cronaca-di-una-resistenza-culturale/</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">• Le origini dell'artista di strada. (s.d.). In Scuola Romana di Circo. Recuperato da https://www.scuolaromanadicirco.net/assets/uploads/files/gallery/a93df-il-mondo-sociale-dell-artista-di-strada.doc</span></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">&lt;</span><span class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5 cf1"><a role="button" href="javascript:window.print()" class="imCssLink">Scarica questo articolo</a></span></span><span class="fs12lh1-5 cf1">&gt;</span></div><div class="imTAJustify"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 03 Mar 2024 16:29:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La musica come strumento di denuncia sociale]]></title>
			<author><![CDATA[Collettivo Artistico Culturale]]></author>
			<category domain="https://www.parthenope.org/blog/index.php?category=Le_Voci_dell%27Arte"><![CDATA[Le Voci dell'Arte]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000C"><div><b><span class="fs12lh1-5">La musica come strumento di denuncia sociale</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">La musica non è solo intrattenimento. È un’arma.</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Dai canti di protesta degli schiavi afroamericani alle ballate dei rivoluzionari, dai rapper di periferia ai cantautori impegnati, la musica è sempre stata una voce di ribellione, un grido contro l’ingiustizia, un manifesto di lotta.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ogni potere, ogni sistema oppressivo ha sempre avuto paura della musica, perché una canzone può raccontare quello che i media censurano, quello che i governi vogliono nascondere.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Musica e protesta: una storia di resistenza</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Il blues e il jazz: la voce degli oppressi</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">Nati tra gli afroamericani schiavizzati, il blues e il jazz erano molto più che musica: erano denuncia, memoria, resistenza (Oliver, 1990).</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Cantare il dolore e la rabbia era un modo per non essere spezzati dal sistema.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Artisti come Billie Holiday hanno usato la loro voce per denunciare il razzismo, con brani come Strange Fruit, una feroce accusa contro i linciaggi nel sud degli USA (Margolick, 2001).</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">La canzone politica in America Latina: la musica come rivoluzione</span></b></div><div data-line-height="1.15"><br></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">In America Latina, la Nueva Canción è stata la colonna sonora dei movimenti di resistenza contro le dittature.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Víctor Jara in Cile e Mercedes Sosa in Argentina hanno cantato la libertà, pagando con la vita e l’esilio.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">La musica era vietata dai regimi, perché troppo potente per essere tollerata (González, 2014).</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Il reggae e la lotta contro il colonialismo</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">Il reggae nasce in Giamaica come voce degli ultimi, degli oppressi, degli schiavi moderni.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Bob Marley ha trasformato la musica in un’arma politica, parlando di indipendenza, giustizia sociale e spiritualità ribelle.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Brani come "Get Up, Stand Up" e "Redemption Song" sono inni universali di lotta (White, 1998).</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">L’hip-hop: la cronaca delle periferie dimenticate</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">Nato nel Bronx negli anni ‘70, l’hip-hop ha dato voce a chi non ne aveva.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Public Enemy, Tupac Shakur, N.W.A. hanno raccontato razzismo, violenza della polizia, povertà e ingiustizia sociale (Chang, 2005).</span></li><li><span class="fs12lh1-5">In Italia, artisti come Frankie Hi-NRG, Caparezza, Assalti Frontali hanno usato il rap per denunciare corruzione e disuguaglianze.</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">La musica nei movimenti di protesta moderni</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">Le canzoni sono ancora strumenti di lotta: dai canti della Primavera Araba alle manifestazioni Black Lives Matter.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">I rapper palestinesi denunciano l’occupazione, i musicisti curdi resistono alla repressione, le band punk antifasciste combattono la normalizzazione dell’odio.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">La musica non è mai neutrale. O è al servizio del potere, o è contro di esso.</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Quando la musica fa paura al potere</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Ogni volta che la musica ha denunciato il sistema, il potere ha cercato di censurarla.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">In Sudafrica, le canzoni contro l’apartheid erano vietate.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Negli USA, il governo ha perseguitato artisti hip-hop considerati "pericolosi".</span></li><li><span class="fs12lh1-5">In Italia, molti artisti impegnati sono stati boicottati dalle radio mainstream.</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">La musica come arma di liberazione</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Se vogliamo un mondo più giusto, dobbiamo difendere la musica che denuncia, che racconta la verità, che rompe il silenzio.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Perché una canzone può far tremare il potere più di mille discorsi.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div data-line-height="1" class="imTAJustify"><b><a href="https://www.parthenope.org/le-voci-dell-arte.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/le-voci-dell-arte.html', null, false)"><span class="fs10lh1-5">Le Voci dell'Arte</span><span class="fs10lh1-5">:</span></a><span class="fs10lh1-5"> </span></b><span class="fs10lh1-5">Articoli correlati</span></div><div data-line-height="1" class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?gli-artisti-invisibili--chi-crea-nelle-strade-e-nei-vicoli-senza-vetrine-dorate" class="imCssLink">Gli artisti invisibili</a></span></div><div data-line-height="1" class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">La musica come strumento di denuncia sociale</span></div><div data-line-height="1" class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?teatro-di-strada--l-arte-che-non-si-piega-alle-logiche-del-mercato" class="imCssLink">Teatro di strada</a></span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs10lh1-5">Riferimenti bibliografici</span></b></div><div><span class="fs10lh1-5">• Bermani, C. (2003). "Guerra guerra ai palazzi e alle chiese...". Saggi sul canto sociale. Roma: Odradek Edizioni.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Una raccolta di saggi che analizzano il ruolo del canto sociale nella storia italiana, evidenziando come la musica sia stata utilizzata come mezzo di protesta e denuncia sociale.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Bermani, C. (2010). Pane, rose e libertà - Le canzoni che hanno fatto l'Italia: 150 anni di musica popolare, sociale e di protesta. Milano: BUR.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Questo volume ripercorre 150 anni di storia italiana attraverso le canzoni popolari e di protesta, mostrando come la musica abbia accompagnato e influenzato i movimenti sociali e politici.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Coccoluto, S. (2012). Il tempo della musica ribelle. Da Cantacronache ai grandi cantautori italiani. Roma: Stampa Alternativa.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Il libro traccia la storia della musica di protesta in Italia, partendo dall'esperienza dei Cantacronache fino ad arrivare ai grandi cantautori italiani, analizzando come la musica sia stata veicolo di denuncia sociale</span></div><div><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">&lt;<a role="button" href="javascript:window.print()" class="imCssLink">Scarica questo articolo</a>&gt;</span></span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 02 Mar 2024 16:26:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Gli artisti invisibili: chi crea nelle strade e nei vicoli senza vetrine dorate]]></title>
			<author><![CDATA[Collettivo Artistico Culturale]]></author>
			<category domain="https://www.parthenope.org/blog/index.php?category=Le_Voci_dell%27Arte"><![CDATA[Le Voci dell'Arte]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000B"><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">Gli artisti invisibili: chi crea nelle strade e nei vicoli senza vetrine dorate</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">L’</span></b><b><span class="fs12lh1-5">arte non ha</span><span class="fs12lh1-5"> </span></b><b><span class="fs12lh1-5">bisogno di palazzi dorati per esistere.</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nelle gallerie d’élite, nei teatri dei ricchi, nei festival esclusivi, l’arte è un lusso. È chiusa in cornici dorate, recitata su palcoscenici inaccessibili, venduta a chi può permettersela. Ma l’arte vera, quella che nasce dalla necessità e non dal privilegio, vive nelle strade, nei vicoli, nelle piazze.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ci sono artisti che non hanno sponsor, non hanno spazi ufficiali, non hanno critici che scrivono di loro. Ma la loro arte è più viva di qualunque opera venduta a milioni.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Sono i musicisti di strada, i muralisti clandestini, i poeti dei vicoli, i performer delle piazze. Sono gli artisti invisibili, quelli che resistono senza chiedere permesso.</span></div><div data-line-height="1.15" class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">Chi sono gli artisti invisibili?</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">I musicisti di strada: la colonna sonora delle città</span></div><div data-line-height="1.15" class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Chi non si è mai fermato ad ascoltare un violinista suonare sotto un portico, un chitarrista cantare su un marciapiede, un percussionista trasformare i bidoni in strumenti?</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Questi artisti non hanno contratti discografici, non riempiono arene, ma la loro musica è libera, sincera, senza filtri.</span></div><div data-line-height="1.15" class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs12lh1-5">I buskers (musicisti di strada) esistono da secoli: dal medioevo ai giorni nostri, sono la voce spontanea delle città (Small, 1998).</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Molti grandi artisti hanno iniziato così: da Ed Sheeran a Tracy Chapman, da Rod Stewart a B.B. King, la strada è stata il loro primo palco.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Ma le città spesso li reprimono, vietando loro di suonare, multandoli, considerandoli "rumore" invece che cultura (Simpson, 2011).</span></li></ul></div><div data-line-height="1.15" class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">I muralisti e gli street artist: i poeti dei muri</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’arte di strada è l’arte della ribellione. I muralisti non aspettano una mostra: prendono un muro e raccontano una storia.</span></div><div data-line-height="1.15" class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs12lh1-5">Da Diego Rivera a Banksy, da Blu a JR, i più grandi artisti hanno scelto la strada come tela (Bengtsen, 2014).</span></li><li><span class="fs12lh1-5">I graffiti non sono solo disegni, ma atti di protesta: contro la gentrificazione, contro il potere, contro il silenzio imposto (Lewisohn, 2008).</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Molti governi li considerano vandalismo, mentre le multinazionali rubano la loro estetica per farci pubblicità.</span></li></ul></div><div data-line-height="1.15" class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">I poeti dei vicoli: parole che resistono</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La poesia non appartiene ai salotti letterari. È nata nelle strade, nelle piazze, tra la gente.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs12lh1-5">Dai poeti anarchici come Majakovskij ai versi delle rivoluzioni, la parola è sempre stata uno strumento di lotta (Berardi, 2021).</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Oggi i poeti di strada scrivono sui muri, declamano nei cortei, incidono frasi sulle panchine.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Ma la cultura ufficiale li ignora, preferendo la poesia patinata e innocua.</span></li></ul></div><div data-line-height="1.15" class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">I performer di strada: il teatro senza biglietto</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Gli attori di strada non hanno sipari, né poltrone riservate. Recitano nelle piazze, trasformano le strade in palcoscenici, portano il teatro tra la gente.</span><br></div><div data-line-height="1.15" class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs12lh1-5">Dalla Commedia dell’Arte italiana ai moderni artisti di strada, il teatro è nato libero (Rudlin, 2001).</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Molti Paesi reprimono il teatro di strada perché è imprevedibile, perché parla di libertà.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Ma il teatro più vero è quello che rompe le barriere tra attori e spettatori, quello che appartiene a tutti.</span></li></ul></div><div data-line-height="1.15" class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">Perché gli artisti invisibili vengono ignorati?</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’arte libera non porta soldi alle multinazionali. Non può essere controllata, commercializzata, regolamentata.</span></div><div data-line-height="1.15" class="lh1-15 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs12lh1-5">Il sistema dell’arte premia solo chi si adegua: chi ha gallerie, chi ha sponsor, chi è accettato dal potere.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Molti artisti di strada vengono multati, cacciati, censurati.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Le città diventano sempre più vetrine per turisti, dove la spontaneità è vista come un problema.</span></li></ul></div><div data-line-height="1.15" class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">Rivendicare l’arte di strada significa difendere la libertà</span></b></div><div data-line-height="1.15" class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Se vogliamo un mondo dove l’arte non sia solo privilegio di pochi, dobbiamo difendere gli artisti invisibili.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Dobbiamo ascoltare la loro musica, leggere le loro poesie, osservare i loro murales, fermarci a guardare i loro spettacoli.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Perché senza di loro, le città sarebbero solo contenitori vuoti.</span></div><div data-line-height="1.15" class="lh1-15 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/le-voci-dell-arte.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/le-voci-dell-arte.html', null, false)">Le Voci dell'Arte</a></span><span class="fs10lh1-5">:</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Articoli correlati</span></div><div data-line-height="1" class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">Gli artisti invisibili</span></div><div data-line-height="1" class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?la-musica-come-strumento-di-denuncia-sociale" class="imCssLink">La musica come strumento di denuncia sociale</a></span></div><div data-line-height="1" class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?teatro-di-strada--l-arte-che-non-si-piega-alle-logiche-del-mercato" class="imCssLink">Teatro di strada</a></span></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs10lh1-5">Riferimenti bibliografici</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">• De Gregori, S. (2010). Banksy, Il terrorista dell'arte. Castelvecchi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">Un'analisi del fenomeno Banksy e del suo impatto sull'arte di strada. it.wikipedia.org</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">• Colantonio, R. (2017). La Street Art è illegale? Il diritto dell'arte di strada. Iemme Edizioni.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">Un approfondimento sulle implicazioni legali dell'arte di strada in Italia. it.wikipedia.org</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">• • &nbsp;Guerra, N. (2012). Il graffitismo nello spazio linguistico urbano: la città come melting pot diamesico.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">Uno studio sul ruolo del graffitismo nel contesto urbano e linguistico. it.wikipedia.org+1it.wikipedia.org+1</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">• Faletra, M. (2015). Graffiti. Poetiche della rivolta. Postmedia Books.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">Un'analisi delle dinamiche sociali e culturali legate al fenomeno dei graffiti.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">&lt;</span><span class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5 cf1"><a role="button" href="javascript:window.print()" class="imCssLink">Scarica questo articolo</a></span></span><span class="fs12lh1-5 cf1">&gt;</span></div><div class="imTAJustify"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 01 Mar 2024 16:22:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Lotta e speranza: le culture che resistono all’annientamento]]></title>
			<author><![CDATA[Collettivo Resistenza Culturale]]></author>
			<category domain="https://www.parthenope.org/blog/index.php?category=Popoli_e_Resistenze"><![CDATA[Popoli e Resistenze]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000A"><div><b><span class="fs12lh1-5">Lotta e speranza: le culture che resistono all’annientamento</span></b><br></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Distruggere una cultura significa annientare un popolo.</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Ogni impero, ogni potere colonialista, ogni regime ha sempre saputo che per controllare un popolo non basta invadere le sue terre: bisogna cancellare la sua memoria, la sua lingua, le sue tradizioni.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Eppure, la storia dimostra che la cultura è più forte delle armi. Esistono popoli che non si sono mai piegati, tradizioni che non sono mai morte, lingue che non sono mai state zittite.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Questa è la storia della resistenza culturale, la lotta silenziosa ma inarrestabile di chi rifiuta di scomparire.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Popoli che resistono: esempi di lotta culturale</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">I nativi americani: una cultura che sopravvive al genocidio</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Quando i colonizzatori europei arrivarono in America, 11 milioni di nativi furono sterminati (Stannard, 1992). Le loro terre furono rubate, le loro lingue vietate, i loro figli strappati alle famiglie e rinchiusi nelle boarding schools.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ma la loro cultura non è morta:</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">Le lingue native, come il Cherokee e il Lakota, stanno tornando in vita grazie alle scuole di comunità.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">La spiritualità e la visione del mondo indigena ispirano movimenti ambientalisti e di resistenza (Dunbar-Ortiz, 2014).</span></li><li><span class="fs12lh1-5">La lotta dei Sioux contro l’oleodotto Dakota Access ha mostrato al mondo intero la forza dei popoli indigeni.</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Il popolo curdo: un’identità negata, ma mai spezzata</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Diviso tra Turchia, Siria, Iraq e Iran, il popolo curdo ha subito decenni di repressione, persecuzioni e tentativi di cancellazione culturale.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">In Turchia, parlare curdo è stato a lungo vietato per legge.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">In Iraq, il regime di Saddam Hussein ha lanciato una vera e propria campagna genocida contro i curdi (McDowall, 2004).</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Eppure, la cultura curda resiste:</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">Il Kurdistan iracheno ha costruito un sistema educativo in lingua curda.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">La musica e la poesia curda sono diventate strumenti di lotta e memoria.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">La rivoluzione femminista curda in Rojava ha mostrato un modello di resistenza culturale e politica.</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">I Maori della Nuova Zelanda: la rivincita di una cultura</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel XIX secolo, i britannici cercarono di cancellare la cultura Maori, proibendo l’uso della loro lingua e imponendo il cristianesimo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Oggi, grazie a una lotta di decenni:</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">Il Te Reo Maori (lingua maori) è tornato a essere parlato e viene insegnato nelle scuole.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Le arti e le tradizioni maori, come l’Haka, sono simboli di orgoglio e identità nazionale.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">I Maori hanno ottenuto il riconoscimento di alcuni diritti sulle loro terre ancestrali (Walker, 2004).</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">La Palestina: una cultura sotto attacco, ma mai sconfitta</span></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Da decenni, il popolo palestinese affronta occupazione, espropri, apartheid e tentativi di cancellazione culturale.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">La poesia palestinese è diventata un’arma di resistenza (Darwish, 2002).</span></li><li><span class="fs12lh1-5">La cucina, l’arte e la musica palestinese mantengono viva l’identità nazionale.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Le comunità palestinesi in esilio trasmettono le loro tradizioni da generazione a generazione.</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">La cultura come atto di resistenza</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Quando un popolo non ha eserciti, né armi, né alleati potenti, la sua cultura diventa la sua unica difesa.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Parlare la propria lingua è resistenza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Cantare le proprie canzoni è resistenza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Scrivere la propria storia è resistenza.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Il colonialismo e l’imperialismo vogliono cancellare le identità per sostituirle con il loro modello unico di società. Ma finché esiste un solo poeta, un solo musicista, un solo anziano che racconta una storia, la cultura non può essere annientata.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Perché la memoria è più forte dell’oppressione.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/popoli-e-resistenze.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/popoli-e-resistenze.html', null, false)">Popoli e Resistenze</a>:</span></b><b><span class="fs10lh1-5"> </span></b><span class="fs10lh1-5">Articoli correlati</span></div><div data-line-height="1"><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?le-guerre-dimenticate--conflitti-di-cui-i-media-non-parlano" class="imCssLink">Le guerre dimenticate</a></span></div><div data-line-height="1"><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?propaganda-e-guerra--come-si-crea-il-nemico-perfetto" class="imCssLink">Propaganda e guerra</a></span></div><div data-line-height="1"><span class="fs10lh1-5">Lotta e speranza</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs10lh1-5">Riferimenti bibliografici</span></b></div><div><span class="fs10lh1-5">• Darwish, M. (2002). Una memoria per l'oblio. Edizioni Q.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Dunbar-Ortiz, R. (2014). An Indigenous Peoples’ History of the United States. Beacon Press.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• McDowall, D. (2004). A Modern History of the Kurds. I.B. Tauris.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Stannard, D. E. (1992). American Holocaust: The Conquest of the New World. Oxford University Press.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Walker, R. (2004). Ka Whawhai Tonu Matou: Struggle Without End. Penguin Books.</span></div><div><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">&lt;</span><span class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5 cf1"><a role="button" href="javascript:window.print()" class="imCssLink">Scarica questo articolo</a></span></span><span class="fs12lh1-5">&gt;</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 03 Feb 2024 14:58:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Propaganda e guerra: come si crea il nemico perfetto]]></title>
			<author><![CDATA[Collettivo Resistenza Culturale]]></author>
			<category domain="https://www.parthenope.org/blog/index.php?category=Popoli_e_Resistenze"><![CDATA[Popoli e Resistenze]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000009"><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">Propaganda e guerra: come si crea il nemico perfetto</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><b><br></b></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">Ogni guerra ha bisogno di un nemico.</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nessuna guerra può iniziare senza prima fabbricare un nemico, un volto da demonizzare, una minaccia da eliminare. Questo è il compito della propaganda bellica, l’arma invisibile che giustifica le invasioni, le bombe, i massacri.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ma chi decide chi è il nemico? Chi stabilisce chi dobbiamo odiare? Perché alcuni dittatori vengono condannati e altri vengono finanziati? Perché alcuni popoli vengono raccontati come “barbari” mentre altri sono “civilizzati”?</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La risposta è semplice: la propaganda è costruita dal potere. Non serve a dire la verità, ma a legittimare la guerra.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">I media come macchina da guerra</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">I media occidentali non sono neutrali. Ogni volta che una guerra viene preparata, il lavoro dei giornalisti diventa quello di creare consenso.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs12lh1-5">Demonizzare il nemico: La prima regola della propaganda è trasformare l’avversario in un mostro. Saddam Hussein, Gheddafi, Assad: tutti sono stati presentati come “nuovi Hitler” prima che le bombe iniziassero a cadere (Herman &amp; Chomsky, 1988).</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Le fake news di Stato: Nel 2003, gli USA giustificarono l’invasione dell’Iraq con la menzogna delle armi di distruzione di massa. I media amplificarono la bugia, e il risultato fu un milione di morti e un paese distrutto (Blum, 2003).</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Il linguaggio della propaganda: Le guerre non si chiamano più “invasioni”, ma "interventi umanitari". Le vittime civili non sono più “persone uccise”, ma "effetti collaterali".</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">Il nemico cambia, la strategia no</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La costruzione del nemico segue schemi ripetitivi:</span></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">1. Il nemico è disumano</span></div></blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">o Il popolo nemico viene dipinto come barbaro, arretrato, privo di valori.</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">o Esempio: La propaganda USA ha dipinto i giapponesi nella Seconda Guerra Mondiale come "subumani", giustificando le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki (Dower, 1986).</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">2. Il nemico è una minaccia globale</span></div></blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">o Viene presentato come un pericolo per tutto il mondo, anche se in realtà il suo conflitto è locale.</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">o Esempio: L’Afghanistan è stato descritto come la base mondiale del terrorismo per giustificare 20 anni di guerra USA-NATO (Ahmed, 2002).</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">3. Il nemico ha un’ideologia malvagia</span></div></blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">o Fascismo, comunismo, terrorismo: ogni guerra ha bisogno di un’ideologia da demonizzare.</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">o Esempio: Durante la Guerra Fredda, ogni paese non allineato agli USA veniva accusato di essere un pericolo comunista (Zinn, 2005).</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">4. Il nemico è colpevole di crimini orribili</span></div></blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">o Se non ci sono prove, si inventano.</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">o Esempio: Nel 1990, i media diffusero la falsa storia dei bambini kuwaitiani uccisi dai soldati iracheni, per giustificare la Guerra del Golfo (MacArthur, 1992).</span></div></blockquote></blockquote><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">Chi paga la propaganda di guerra?</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Dietro ogni campagna propagandistica ci sono grandi interessi economici:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Industria bellica – Più guerra significa più armi vendute.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Banche e finanza – Le guerre generano enormi profitti sui mercati azionari.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Multinazionali – Ogni paese bombardato diventa un nuovo mercato da sfruttare.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">Come resistere alla propaganda?</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">1. Dubita sempre della narrativa ufficiale – Se tutti i media ripetono la stessa storia, c’è qualcosa da indagare.</span></div></blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">2. Controlla le fonti – Le notizie di guerra vengono spesso da governi e servizi segreti.</span></div></blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">3. Segui media indipendenti – Le informazioni libere esistono, ma vanno cercate fuori dai circuiti mainstream.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div></blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Perché la propaganda è l’anticamera della guerra. E smascherarla è il primo passo per fermarla.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div data-line-height="1" class="imTAJustify"><b><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/popoli-e-resistenze.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/popoli-e-resistenze.html', null, false)">Popoli e Resistenze</a></span><span class="fs10lh1-5">:</span></b><b><span class="fs10lh1-5"> </span></b><span class="fs10lh1-5">Articoli correlati</span></div><div data-line-height="1" class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?le-guerre-dimenticate--conflitti-di-cui-i-media-non-parlano" class="imCssLink">Le guerre dimenticate</a></span></div><div data-line-height="1" class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">Propaganda e guerra</span></div><div data-line-height="1" class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?lotta-e-speranza--le-culture-che-resistono-all-annientamento" class="imCssLink">Lotta e speranza</a></span></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs10lh1-5">Riferimenti bibliografici</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">• Ahmed, N. (2002). La guerra infinita: il vero motivo dell'invasione dell'Afghanistan. Feltrinelli.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">• Blum, W. (2003). Guerre americane: la CIA e il terrorismo di Stato. Fazi Editore.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">• Dower, J. W. (1986). War Without Mercy: Race and Power in the Pacific War. Pantheon Books.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">• Herman, E. S., &amp; Chomsky, N. (1988). La fabbrica del consenso: l'economia politica dei mass media. Il Saggiatore.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">• MacArthur, J. R. (1992). Second Front: Censorship and Propaganda in the Gulf War. University of California Press.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">• Zinn, H. (2005). Storia del popolo americano dal 1492 a oggi. Il Saggiatore.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">&lt;<a role="button" href="javascript:window.print()" class="imCssLink">Scarica questo articolo</a>&gt;</span></span></div><div class="imTAJustify"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 02 Feb 2024 14:54:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Le guerre dimenticate: conflitti di cui i media non parlano]]></title>
			<author><![CDATA[Collettivo Resistenza Culturale]]></author>
			<category domain="https://www.parthenope.org/blog/index.php?category=Popoli_e_Resistenze"><![CDATA[Popoli e Resistenze]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000008"><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">Le guerre dimenticate: conflitti di cui i media non parlano</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><b><br></b></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 cf1">Le guerre non sono tutte uguali</span></b><span class="fs12lh1-5 cf1">.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Alcuni conflitti occupano le prime pagine dei giornali, con analisi, reportage, approfondimenti. Altri, invece, sembrano non esistere. Non perché siano meno violenti, ma perché non rientrano negli interessi delle grandi potenze e delle élite economiche.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Le guerre dimenticate sono quelle che non fanno comodo raccontare. Quelle dove non ci sono interessi strategici, petrolio da difendere, governi da rovesciare. Sono guerre che vanno avanti da anni, ma su cui cala un silenzio assoluto. Perché? Perché la narrazione occidentale seleziona cosa è rilevante e cosa deve essere ignorato.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 cf1">Conflitti ignorati dai media: alcuni esempi</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Repubblica Democratica del Congo: il genocidio silenzioso</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Da oltre 30 anni, il Congo è devastato da una guerra che ha causato più di 6 milioni di morti. Ma nessuno ne parla. Perché?</span></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs12lh1-5 cf1">Il Congo possiede coltan, cobalto, diamanti e uranio, minerali essenziali per le industrie occidentali.</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">Le multinazionali finanziano i gruppi armati che destabilizzano il Paese per continuare lo sfruttamento (Nzongola-Ntalaja, 2002).</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">Il governo congolese è lasciato nel caos per evitare che il Paese diventi indipendente dal neocolonialismo economico.</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">Yemen: la guerra dell’Arabia Saudita con il silenzio dell’Occidente</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Dal 2015, lo Yemen è devastato da un conflitto tra la coalizione guidata dall’Arabia Saudita e i ribelli Houthi. Ma i media occidentali ne parlano poco, e quando lo fanno, evitano di criticare i veri responsabili.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs12lh1-5 cf1">L’Arabia Saudita è uno dei maggiori alleati economici e militari degli Stati Uniti e dell’Europa.</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">Le armi usate per bombardare scuole e ospedali sono vendute da aziende occidentali, tra cui Lockheed Martin, Raytheon e BAE Systems (Halliday, 2020).</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">Gli USA e la NATO appoggiano l’Arabia Saudita, quindi i media mainstream minimizzano il conflitto.</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 cf1">Papua Occidentale: un genocidio coloniale nascosto</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Dal 1969, l’Indonesia occupa Papua Occidentale, con una repressione brutale: uccisioni di massa, arresti arbitrari, distruzione delle comunità indigene.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs12lh1-5 cf1">La Papua Occidentale possiede immense risorse minerarie (oro, gas, rame).</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">Le multinazionali occidentali, come Freeport-McMoRan e BP, sostengono l’occupazione indonesiana per continuare lo sfruttamento delle risorse (Garnaut, 2019).</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">I media occidentali tacciono perché le aziende occidentali sono complici della repressione.</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 cf1">Somalia: la guerra infinita per il controllo del Corno d’Africa</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">La Somalia è in guerra da oltre 30 anni, con attacchi continui da parte di gruppi terroristici e interferenze straniere.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs12lh1-5 cf1">Gli Stati Uniti e l’Etiopia hanno destabilizzato il Paese per impedire un governo indipendente.</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">La Somalia è strategica per il controllo del Mar Rosso e delle rotte commerciali (Menkhaus, 2004).</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">I media parlano della Somalia solo quando c’è un attacco terroristico, ignorando le cause della guerra.</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 cf1">Sahara Occidentale: il popolo Sahrawi dimenticato</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Il Sahara Occidentale è occupato dal Marocco dal 1975, con il silenzio complice dell’ONU e dell’Occidente.</span></div><div data-line-height="1.15" class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs12lh1-5 cf1">Il popolo Sahrawi subisce repressione, arresti e violenze, ma i media non ne parlano.</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">Il Marocco è un alleato dell’Europa e degli USA, quindi nessuno denuncia le violazioni dei diritti umani (Zunes &amp; Mundy, 2010).</span></li><li><span class="fs12lh1-5 cf1">Il Sahara Occidentale è ricco di fosfati, gas e risorse marine, quindi gli interessi economici hanno più valore della giustizia.</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 cf1">Perché alcuni conflitti vengono ignorati?</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">La risposta è semplice: i media seguono gli interessi del potere. Alcuni conflitti sono funzionali a giustificare guerre (Iraq, Libia, Siria), mentre altri vengono insabbiati perché denuncerebbero le ipocrisie dell’Occidente.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 cf1">Resistere alla manipolazione</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Se vogliamo davvero difendere la verità, dobbiamo smascherare il doppio standard dell’informazione:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Informarsi da fonti indipendenti e non dai grandi media controllati dalle élite.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Sostenere il giornalismo di denuncia, che parla delle guerre dimenticate.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Denunciare il ruolo dell’Occidente, che finanzia e arma molti di questi conflitti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 cf1">Perché la verità è scomoda. Ma senza verità, non c’è giustizia.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div data-line-height="1" class="imTAJustify"><b><span class="fs10lh1-5 cf1"><a href="https://www.parthenope.org/popoli-e-resistenze.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/popoli-e-resistenze.html', null, false)">Popoli e Resistenze</a></span><span class="fs10lh1-5 cf1">:</span></b><b><span class="fs10lh1-5 cf1"> </span></b><span class="fs10lh1-5 cf1">Articoli correlati</span></div><div data-line-height="1" class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5 cf1">Le guerre dimenticate</span></div><div data-line-height="1" class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5 cf1"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?propaganda-e-guerra--come-si-crea-il-nemico-perfetto" class="imCssLink">Propaganda e guerra</a></span></div><div data-line-height="1" class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5 cf1"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?lotta-e-speranza--le-culture-che-resistono-all-annientamento" class="imCssLink">Lotta e speranza</a></span></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs10lh1-5 cf1">Riferimenti bibliografici</span></b></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs10lh1-5 cf1">Garnaut, R. (2019). Resource, Race, and Resistance: Freeport and Papua’s Struggle for Independence. Monash University Press.</span></li><li><span class="fs10lh1-5 cf1">Halliday, F. (2020). Arabia Saudita e Yemen: una guerra nascosta. Feltrinelli.</span></li><li><span class="fs10lh1-5 cf1">Menkhaus, K. (2004). Somalia: Stato fallito e intervento internazionale. Einaudi.</span></li><li><span class="fs10lh1-5 cf1">Nzongola-Ntalaja, G. (2002). La crisi del Congo: storia e neocolonialismo. Laterza.</span></li><li><span class="fs10lh1-5 cf1">Zunes, S., &amp; Mundy, J. (2010). Il conflitto del Sahara Occidentale: storia e geopolitica. Il Mulino.</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5 cf1">&lt;</span><span class="fs12lh1-5 cf1"><span class="fs12lh1-5 cf2"><a role="button" href="javascript:window.print()" class="imCssLink">Scarica questo articolo</a></span></span><span class="fs12lh1-5 cf1">&gt;</span></div><div class="imTAJustify"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 01 Feb 2024 14:50:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La paura come arma politica: come governi e media manipolano le masse]]></title>
			<author><![CDATA[Redazione Parthrnope]]></author>
			<category domain="https://www.parthenope.org/blog/index.php?category=Informazione_e_verit%C3%A0"><![CDATA[Informazione e verità]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000006"><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">La paura come arma politica: come governi e media manipolano le masse</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><b><br></b></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><b><span class="fs12lh1">La paura non è solo un’emozione, ma un’arma.</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Da secoli, il potere utilizza la paura per controllare le masse. Monarchi, dittatori, governi “democratici”, imperi e multinazionali: tutti hanno scoperto che un popolo impaurito è un popolo docile, manipolabile, incapace di ribellarsi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">I regimi totalitari lo hanno sempre saputo. Ma oggi, anche nelle cosiddette democrazie, il potere utilizza la paura per spingere le persone ad accettare misure che altrimenti rifiuterebbero: sorveglianza di massa, limitazione dei diritti, guerre senza fine.</span></div><div data-line-height="1.15" class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">Il ruolo dei media: fabbricare il terrore</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il primo strumento del potere per diffondere paura è il controllo dell’informazione.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs12lh1-5">Emergenze infinite: Guerre, terrorismo, crisi economiche, pandemie. Ogni giorno i media ci bombardano con notizie allarmanti, creando un senso di insicurezza costante (Chomsky &amp; Herman, 1988).</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Manipolazione del linguaggio: Parole come "minaccia", "pericolo imminente", "emergenza", "crisi" vengono ripetute ossessivamente per giustificare misure straordinarie.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">La spettacolarizzazione del terrore: Ogni attentato, ogni tragedia diventa un evento mediatico. Ma mentre alcune notizie vengono amplificate, altre scompaiono nel silenzio. Chi decide cosa è importante?</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">La strategia della paura: come governi e media la usano</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La paura serve a giustificare azioni che limitano le libertà. Alcune delle strategie più usate includono:</span></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><blockquote><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">1. Paura del nemico esterno</span></b></div></blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">o Serve a giustificare guerre e interventi militari.</span></div></blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">o Esempio: la “Guerra al Terrore” lanciata dagli USA dopo l’11 settembre ha portato a guerre in Iraq e Afghanistan, senza mai dimostrare le accuse sulle armi di distruzione di massa (Blum, 2003).</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">2. Paura del nemico interno</span></b></div></blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">o Crea divisione tra le persone e giustifica sorveglianza e repressione.</span></div></blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">o Esempio: negli anni ‘50, la paura del comunismo negli USA ha portato alla caccia alle streghe del Maccartismo, distruggendo la vita di migliaia di cittadini (Zinn, 2005).</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">3. Paura della crisi economica</span></b></div></blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">o Serve a far accettare tagli sociali, precarizzazione del lavoro e privatizzazioni.</span></div></blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">o Esempio: dopo la crisi del 2008, i governi hanno imposto politiche di austerità che hanno colpito solo i lavoratori, salvando le banche responsabili del disastro (Klein, 2007).</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">4. Paura delle pandemie e delle emergenze sanitarie</span></b></div></blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">o Giustifica misure straordinarie, lockdown, restrizioni, controllo della popolazione.</span></div></blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">o Esempio: durante la pandemia di Covid-19, molte misure sono state strumentalizzate per aumentare il potere di governi e aziende farmaceutiche (Foucault, 1975).</span></div></blockquote></blockquote><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">Sorveglianza e controllo: quando la paura diventa potere</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div data-line-height="1.15" class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs12lh1-5">La paura permette ai governi di espandere il controllo sulla popolazione.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Patriot Act (USA, 2001): dopo l’11 settembre, il governo USA ha imposto una legge che ha dato il via a una sorveglianza di massa senza precedenti (Snowden, 2019).</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Tecnocontrollo e social media: Google, Facebook e altre big tech raccolgono dati su miliardi di persone, creando una sorveglianza digitale mai vista nella storia (Zuboff, 2019).</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5">Resistere alla manipolazione</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il primo passo per resistere è riconoscere i meccanismi della paura. Significa:</span></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">1. Informarsi in modo critico, senza fidarsi ciecamente dei media ufficiali.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">2. Rifiutare la logica del nemico, evitando di cadere nelle divisioni imposte dall’alto.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">3. Difendere i diritti e le libertà, perché ogni emergenza può essere un pretesto per limitarli.</span></div></blockquote><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Perché un popolo libero non ha paura. E un popolo senza paura non può essere controllato.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/informazione-e-verita.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/informazione-e-verita.html', null, false)">Informazione e Verità</a></span><span class="fs10lh1-5">:</span></b><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs10lh1-5">Argomenti correlati</span></div><div data-line-height="1" class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?il-colonialismo-non-e-finito--nuove-forme-di-dominio-nel-xxi-secolo" class="imCssLink">Il colonialismo non è finito</a></span></div><div data-line-height="1" class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?chi-finanzia-le-guerre--il-legame-tra-industria-bellica-e-potere" class="imCssLink">Chi finanzia le guerre</a></span></div><div data-line-height="1" class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">La paura come arma politica</span></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs11lh1-5">Riferimenti bibliografici</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">• Blum, W. (2003). Guerre americane: la CIA e il terrorismo di Stato. Fazi Editore.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">• Chomsky, N., &amp; Herman, E. S. (1988). La fabbrica del consenso: l'economia politica dei mass media. Il Saggiatore.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">• Foucault, M. (1975). Sorvegliare e punire: la nascita della prigione. Einaudi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">• Klein, N. (2007). Shock economy: l’ascesa del capitalismo dei disastri. Rizzoli.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">• Snowden, E. (2019). Errore di sistema: La mia storia. Longanesi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">• Zinn, H. (2005). Storia del popolo americano dal 1492 a oggi. Il Saggiatore.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">• Zuboff, S. (2019). Il capitalismo della sorveglianza: il futuro dell'umanità nell'era dei nuovi poteri. LUISS University Press.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1 imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">&lt;</span><span class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5"><a role="button" href="javascript:window.print()" class="imCssLink">Scarica questo articolo</a></span></span><span class="fs12lh1-5">&gt;</span></div><div class="imTAJustify"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 03 Jan 2024 14:32:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Chi finanzia le guerre? Il legame tra industria bellica e potere]]></title>
			<author><![CDATA[Redazione Parthrnope]]></author>
			<category domain="https://www.parthenope.org/blog/index.php?category=Informazione_e_verit%C3%A0"><![CDATA[Informazione e verità]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000005"><div><b><span class="fs12lh1-5">Chi finanzia le guerre? Il legame tra industria bellica e potere</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Le guerre non nascono per caso</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Ogni conflitto ha una matrice politica, economica e strategica, ma c’è un aspetto che raramente viene evidenziato dai media: le guerre sono un business multimiliardario. Dietro ogni bomba sganciata, ogni carro armato prodotto, ogni missile lanciato, c’è una rete di aziende e investitori che ne traggono enormi profitti.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Il complesso militare-industriale: il motore della guerra</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Negli Stati Uniti e in molte nazioni occidentali esiste un’industria che vive di guerra: il complesso militare-industriale. Questo sistema è composto da aziende produttrici di armi, lobby politiche e governi, uniti da un unico interesse: alimentare conflitti per aumentare i profitti.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">I giganti della guerra</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><ol><li><span class="fs12lh1-5">Le cinque maggiori aziende produttrici di armi al mondo (dati 2023) sono:</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Lockheed Martin (USA) – Specializzata in aerei da guerra e missili.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Raytheon Technologies (USA) – Produce sistemi missilistici e radar.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Boeing Defense (USA) – Costruisce aerei militari e droni da guerra.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Northrop Grumman (USA) – Specializzata in droni, missili e sistemi spaziali militari.</span></li><li><span class="fs12lh1-5">General Dynamics (USA) – Fornisce carri armati, sottomarini e armamenti pesanti.</span></li></ol></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Queste aziende guadagnano miliardi grazie alle guerre e alle tensioni geopolitiche. Più conflitti ci sono, più il valore delle loro azioni sale in borsa.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Banche e finanziatori: chi paga le guerre?</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><ul><li><span class="fs12lh1-5">Le guerre non si combattono solo con le armi, ma anche con i soldi. Chi finanzia l’industria bellica?</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Banche e fondi di investimento: Colossi finanziari come BlackRock, Vanguard e JPMorgan Chase investono miliardi nelle aziende produttrici di armi. Più bombe vengono lanciate, più aumentano i loro profitti (Perlo-Freeman, 2019).</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Stati e governi: I contribuenti finanziano la guerra attraverso tasse destinate ai bilanci della difesa. Ad esempio, nel 2023 gli Stati Uniti hanno stanziato 886 miliardi di dollari per il Pentagono, più della somma dei successivi dieci Paesi con le spese militari più alte (SIPRI, 2023).</span></li><li><span class="fs12lh1-5">Organizzazioni internazionali: La NATO e alcuni governi europei finanziano guerre per interessi geopolitici ed economici, spacciandole per “missioni di pace”.</span></li></ul></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Chi guadagna davvero dalla guerra?</span></b></div><div data-line-height="1.15"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Ogni volta che un conflitto scoppia, ci sono settori che vedono aumentare i loro guadagni:</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">1. Industria bellica – Come già visto, le aziende produttrici di armi guadagnano enormi profitti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">2. Petrolio e risorse naturali – Molte guerre sono scatenate per il controllo di petrolio, gas e minerali rari. Gli USA hanno invaso l’Iraq per la democrazia o per il petrolio? (Klare, 2008).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">3. Costruttori di infrastrutture – Dopo aver distrutto un Paese, chi lo ricostruisce? Grandi aziende occidentali vincono gli appalti per la ricostruzione (Klein, 2007).</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs12lh1-5">Resistere alla macchina della guerra</span></b></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Se vogliamo un mondo senza guerre, dobbiamo smascherare chi ci guadagna. Non si tratta solo di decisioni politiche, ma di un’intera economia costruita sulla distruzione.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Smilitarizzare le economie, investire in sanità, istruzione e sviluppo sostenibile, boicottare le aziende che finanziano i conflitti: solo così possiamo fermare la macchina della guerra.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Perché la guerra non è mai una necessità. È un affare.</span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div data-line-height="1"><b><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/informazione-e-verita.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/informazione-e-verita.html', null, false)">Informazione e Verità</a>:</span><span class="fs10lh1-5"> </span></b><span class="fs10lh1-5">Argomenti correlati</span><br></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?il-colonialismo-non-e-finito--nuove-forme-di-dominio-nel-xxi-secolo" class="imCssLink">Il colonialismo non è finito</a></span></div><div data-line-height="1"><span class="fs10lh1-5">Chi finanzia le guerre</span></div><div data-line-height="1"><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?la-paura-come-arma-politica--come-governi-e-media-manipolano-le-masse" class="imCssLink">La paura come arma politica</a></span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><b><span class="fs10lh1-5">Riferimenti bibliografici</span></b></div><div><span class="fs10lh1-5">• Klare, M. T. (2008). Le guerre per le risorse: petrolio, acqua e fame nel nuovo ordine mondiale. Einaudi.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Klein, N. (2007). Shock economy: l’ascesa del capitalismo dei disastri. Rizzoli.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Perlo-Freeman, S. (2019). The Economics of Arms Trade: How the West Sells War and Peace. Routledge.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• SIPRI (2023). Rapporto sulle spese militari globali 2023. Stockholm International Peace Research Institute.</span></div><div><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5">&lt;</span><span class="fs12lh1-5 cf1"><a role="button" href="javascript:window.print()" class="imCssLink">Scarica questo articolo</a></span><span class="fs12lh1-5">&gt;</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 02 Jan 2024 14:26:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il colonialismo non è finito: nuove forme di dominio nel XXI secolo]]></title>
			<author><![CDATA[Redazione Parthrnope]]></author>
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			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000004"><div><span class="fs12lh1-5"><b>Il colonialismo non è finito: nuove forme di dominio nel XXI secolo</b></span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5"><b>Il colonialismo non è un ricordo del passato.</b></span></div><div data-line-height="1.15" class="lh1-15"><br></div><div>Se pensiamo che il dominio occidentale sulle nazioni del Sud globale sia finito con la decolonizzazione del XX secolo, ci illudiamo. Il colonialismo oggi è più subdolo, più sofisticato, ma non meno crudele. Ha cambiato volto, si è camuffato dietro termini rassicuranti come "sviluppo", "cooperazione internazionale", "globalizzazione". Ma dietro queste parole si nascondono nuove catene.</div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5"><b>Neocolonialismo economico: il saccheggio delle risorse</b></span></div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div>Le grandi potenze non occupano più territori con la forza, ma con strumenti finanziari. Multinazionali, banche centrali e istituzioni come il FMI e la Banca Mondiale impongono condizioni che schiacciano i Paesi poveri in un debito eterno. Prestiti con interessi insostenibili, imposizione di politiche economiche neoliberiste, privatizzazione delle risorse naturali: tutto orchestrato per mantenere la dipendenza economica.</div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div>La Francia, ad esempio, mantiene il controllo su 14 ex colonie africane attraverso il Franco CFA, una moneta che vincola le economie locali agli interessi di Parigi (Sylla, 2022).</div><div>Il land grabbing (accaparramento delle terre) da parte di multinazionali occidentali sta devastando l'Africa e il Sud America. Intere comunità vengono private della propria terra per far spazio a coltivazioni destinate all’export, togliendo sovranità alimentare ai popoli locali (Borras et al., 2011).</div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5"><b>Colonialismo digitale e culturale: chi controlla l’informazione, controlla il mondo</b></span></div><div>L’imperialismo oggi non si combatte solo con armi e denaro, ma con il controllo delle informazioni e della cultura.</div><div>• Silicon Valley e il monopolio digitale: Google, Facebook, Amazon e Microsoft impongono infrastrutture tecnologiche nei Paesi poveri, creando dipendenza digitale e dominando l’accesso alle informazioni (Couldry &amp; Mejias, 2019).</div><div>• Hollywood e i media occidentali riscrivono la storia, raccontando il colonialismo come "civilizzazione", nascondendo massacri e genocidi. Basti pensare alla narrativa dei film e documentari che ancora glorificano gli imperi coloniali (Shohat &amp; Stam, 2014).</div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5"><b>Guerre, colpi di stato e interventi “umanitari”</b></span></div><div>Ogni volta che un Paese del Sud globale tenta di spezzare le catene del neocolonialismo, ecco arrivare il "poliziotto del mondo": gli Stati Uniti e i loro alleati.</div><div>• Colpi di stato orchestrati dalla CIA (come in Cile nel 1973, Honduras nel 2009, Bolivia nel 2019) dimostrano come l'Occidente continui a rovesciare governi non allineati.</div><div>• Le guerre per il petrolio e le risorse in Medio Oriente e Africa sono solo una continuazione del colonialismo con altri mezzi (Chomsky, 2007).</div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs12lh1-5"><b>Resistere significa smascherare</b></span></div><div>Il primo passo per combattere il nuovo colonialismo è rivelarne i meccanismi. Significa denunciare il saccheggio economico, il controllo mediatico, la manipolazione politica. Significa sostenere le economie locali, difendere le culture oppresse, smettere di credere alla narrativa dominante.</div><div>Perché il colonialismo non è mai finito. Ha solo cambiato forma.</div><div data-line-height="1" class="lh1"><br></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/informazione-e-verita.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.parthenope.org/informazione-e-verita.html', null, false)">Informazione e Verità</a>: Articoli correlati</span></div><div><span class="fs10lh1-5">Il colonialismo non è finito</span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?chi-finanzia-le-guerre--il-legame-tra-industria-bellica-e-potere" class="imCssLink">Chi finanzia le guerre</a></span></div><div><span class="fs10lh1-5"><a href="https://www.parthenope.org/blog/?la-paura-come-arma-politica--come-governi-e-media-manipolano-le-masse" class="imCssLink">La paura come arma politica</a></span></div><div><span class="fs10lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs10lh1-5">Riferimenti bibliografici</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Borras, S. M., Hall, R., Scoones, I., White, B., &amp; Wolford, W. (2011). Verso una migliore comprensione dell’accaparramento globale delle terre: un’introduzione editoriale. Journal of Peasant Studies.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Chomsky, N. (2007). Stati falliti: l’abuso del potere e l’assalto alla democrazia. Metropolitan Books.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Couldry, N., &amp; Mejias, U. A. (2019). I costi della connessione: come i dati stanno colonizzando la vita umana e appropriandosene per il capitalismo. Stanford University Press.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Shohat, E., &amp; Stam, R. (2014). Decostruire l’eurocentrismo: multiculturalismo e media. Routledge.</span></div><div><span class="fs10lh1-5">• Sylla, N. S. (2022). Il Franco CFA: l’imperialismo monetario francese in Africa. Pluto Press.</span></div><div><br></div><div class="imTACenter"><a role="button" href="javascript:window.print()" class="imCssLink">Scarica questo articolo</a></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 01 Jan 2024 12:10:00 GMT</pubDate>
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