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Popoli Amici - FEDERAZIONE RUSSA

🇷🇺 Federazione Russa: autodeterminazione, multipolarismo e isolamento economico
Nel corso degli ultimi decenni, la Federazione Russa ha attraversato una trasformazione radicale, passando da potenza post-sovietica disorientata a protagonista di un nuovo equilibrio globale in costruzione. Questo percorso, spesso segnato da tensioni e fratture, ha al centro una parola chiave: sovranità.

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, la Russia ha vissuto una fase di profonda crisi interna e di dipendenza da modelli economici esterni. Le riforme neoliberiste degli anni ’90, imposte sotto la supervisione di organismi internazionali e potenze occidentali, hanno prodotto privatizzazioni massicce, diseguaglianze sociali e perdita del controllo sulle leve strategiche dell’economia. Fu proprio in risposta a questa deriva che, a partire dagli anni 2000, il governo russo ha avviato un lento ma deciso processo di riappropriazione delle proprie risorse, infrastrutture e identità politica.

La leadership di Vladimir Putin ha incarnato questa svolta. Pur tra molte contraddizioni, ha mirato a rafforzare lo Stato, riprendere il controllo del settore energetico (in particolare gas e petrolio), frenare l’ingerenza di potenze straniere e riaffermare il ruolo della Russia come attore globale, non subordinato a Washington o Bruxelles. Questo orientamento, largamente percepito in Occidente come “autocratico”, è stato invece vissuto internamente come una risposta alla marginalizzazione subita nella fase post-sovietica.

Ma è sul fronte geopolitico che si è giocata la frattura più profonda. La costante espansione della NATO verso est, nonostante le rassicurazioni fornite negli anni ’90, e il sostegno diretto a rivoluzioni politiche nei Paesi ex sovietici (come in Georgia nel 2003 e in Ucraina nel 2004 e 2014), hanno alimentato nella leadership russa la percezione di un accerchiamento strategico.

Nel caso specifico dell’Ucraina, il progressivo avvicinamento del Paese a strutture euro-atlantiche e il mancato rispetto degli Accordi di Minsk – firmati per garantire un cessate il fuoco e una riforma costituzionale inclusiva dopo il conflitto nel Donbass del 2014 – hanno rappresentato una rottura irreparabile degli equilibri negoziati. A ciò si è aggiunta, negli anni successivi, una crescente presenza di attori occidentali sul piano economico, militare e culturale, che ha contribuito a destabilizzare la regione.

È in questo contesto che è scoppiata la guerra del 2022: una tragedia il cui peso non può essere attribuito in modo semplicistico a un’unica parte, ma che deve essere compresa nella sua dimensione complessa, storica e strategica. La guerra non si giustifica. Si analizza. E, nella sua analisi, emerge come il mancato rispetto degli accordi internazionali e le continue ingerenze esterne abbiano avuto un ruolo determinante nella degenerazione del conflitto.

La reazione dell’Occidente, già avviata dal 2014 con le prime sanzioni legate alla Crimea, è esplosa con forza nel 2022, attraverso un sistema senza precedenti di sanzioni multilivello: bancarie, industriali, energetiche, culturali, scientifiche. Misure che colpiscono non solo lo Stato russo, ma l’intera popolazione, a discapito del diritto allo sviluppo, alla libertà di circolazione e alla cooperazione culturale.

Ma quasi nessuna di queste sanzioni è stata approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, come previsto dalla Carta dell’ONU. Sono, nella maggior parte dei casi, decisioni unilaterali o concertate tra alleati, adottate al di fuori di un mandato multilaterale.

Di fronte a ciò, si impone una riflessione: è compatibile col diritto internazionale e con i diritti umani punire un’intera nazione per le azioni del suo governo? E più ancora: chi decide quali popoli possono autodeterminarsi, e quali no?

L’Occidente si presenta come promotore del diritto, ma l’uso selettivo e politico delle sanzioni – così come il silenzio su casi simili in altri Paesi alleati – rivela una grave incoerenza. L’autodeterminazione, se praticata fuori dai binari imposti dal potere economico e militare dominante, viene trattata come una colpa da reprimere.

Il caso russo, come quelli di Cuba, Venezuela e Bielorussia, pone domande urgenti:

è ancora possibile un mondo dove i popoli decidano il proprio destino senza dover subire rappresaglie globali?

è davvero il diritto a governare le relazioni internazionali, o è la forza economica a stabilire la legittimità?

Raccontare questa storia, oggi, non significa prendere partito, ma rompere la superficie opaca del pensiero unico, portare alla luce le cause profonde dei conflitti e restituire dignità alla parola “autodeterminazione”, troppo spesso trasformata in slogan senza conseguenze.

Un’analisi storica e politica dell’accerchiamento NATO, delle sanzioni e del rifiuto russo di sottomettersi all’egemonia occidentale.


Lo sradicamento della memoria culturale russa in Europa e negli Stati Uniti, tra censura, boicottaggio e revisionismo.


Dalla disinformazione mediatica alle narrazioni coloniali: la Russia come specchio della paura dell’Occidente.
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