Popoli Amici - CUBA
🇨🇺 Cuba e il diritto negato all’autodeterminazione
Nel 1959, con la vittoria della rivoluzione cubana guidata da Fidel Castro, il popolo dell’isola avviò un processo profondo di cambiamento, fondato sul principio fondamentale del diritto all’autodeterminazione. Questo diritto, sancito dalla Carta delle Nazioni Unite e dai Patti internazionali sui diritti civili e politici del 1966, stabilisce che ogni popolo ha il diritto di decidere liberamente del proprio sistema politico, economico, sociale e culturale, senza interferenze esterne.
Nel segno di questa autodeterminazione, il nuovo governo cubano decise di nazionalizzare le grandi imprese straniere, in larga parte statunitensi, attive nei settori chiave dell’economia: produzione di zucchero, trasporti, energia, telecomunicazioni, banche, industrie. L’obiettivo era quello di restituire al popolo cubano il controllo delle proprie risorse, garantendo giustizia sociale e sovranità economica.
La nazionalizzazione non fu un atto ostile, ma un’espressione coerente della volontà popolare e dei principi internazionali riconosciuti. Tuttavia, questa scelta non fu tollerata dagli Stati Uniti, che la interpretarono come una minaccia al proprio predominio economico e geopolitico nella regione. In risposta, Washington avviò una rapida escalation: ritiro degli investimenti, misure economiche punitive e infine, nel 1962, l’imposizione di un embargo totale sull’isola.
L'embargo – ancora oggi in vigore dopo oltre sessant’anni – non è stato solo una questione bilaterale. Alcuni dei principali Paesi occidentali, tra cui Canada, Regno Unito, Germania, Francia, Italia e Spagna, pur non applicando in modo integrale le restrizioni statunitensi, hanno a lungo sostenuto o giustificato l’isolamento politico ed economico di Cuba. L’Unione Europea, in particolare, pur adottando una posizione più sfumata, ha mantenuto per anni una “posizione comune” che subordinava le relazioni con Cuba a cambiamenti politici interni, rafforzando in modo indiretto la logica punitiva.
Secondo Parthenope, tale comportamento rappresenta un atto profondamente vile e incoerente. Vile perché colpisce deliberatamente una popolazione civile già fragile, impedendo lo sviluppo economico, la modernizzazione e persino l’accesso a farmaci e tecnologie salvavita. Incoerente, perché va contro i valori fondamentali proclamati dagli stessi Paesi occidentali, che si presentano come promotori di democrazia, diritti umani e legalità internazionale.
Non si può non vedere una contraddizione dolorosa: gli Stati che hanno scritto e sottoscritto le convenzioni internazionali sui diritti umani sono spesso gli stessi che, in nome della geopolitica, soffocano le economie e le popolazioni di Paesi non allineati, come Cuba. Il diritto all’autodeterminazione non può essere un principio condizionato dall’obbedienza a un modello economico dominante. Se vale davvero, deve valere per tutti i popoli, in ogni contesto storico e ideologico.
Oggi, l’embargo contro Cuba rappresenta uno dei più lunghi e drammatici casi di violazione sistematica e continuativa del diritto internazionale. È una forma di violenza economica che punisce un popolo per aver scelto una via diversa, e che tenta – con mezzi indiretti ma efficaci – di piegare una volontà collettiva attraverso la privazione e l’isolamento.
Raccontare questa storia, con lucidità e rigore, significa riaprire il dibattito su chi può realmente parlare di diritti, e su quanto spesso, nel mondo contemporaneo, le parole della legalità siano piegate agli interessi di potere. Non si tratta di esaltare un modello politico o di condannarne un altro, ma di riconoscere la verità dei fatti: Cuba ha esercitato un diritto legittimo; l’Occidente ha risposto con un atto punitivo che contraddice i principi che dice di difendere.
Nel cuore dei Caraibi esiste un’isola che da più di sessant’anni rappresenta un’anomalia geopolitica, una sfida storica, una ferita aperta nella coscienza dell’Occidente. Il suo nome è Cuba.
A Cuba, la musica non è solo arte.
È respiro collettivo, racconto orale, linguaggio politico.
È atto di resistenza quotidiana.
In un Paese sottoposto a uno degli embarghi più lunghi e duri della storia, l’arte si è trasformata in linguaggio politico, espressione collettiva, memoria vivente.