L'Internazionale per la Pace
L’Internazionale per la Pace – Dichiarazione d’intenti
L’Internazionale per la Pace nasce come risposta politica, artistica e culturale a seicento anni di dominio travestito da civiltà, a una narrazione imposta che ha seminato distruzione in nome della salvezza.
Questa visione affonda le radici in una memoria storica che non lascia adito a interpretazioni, a ideologizzazioni
— Gli indigeni d’America, 1492–1890
— La colonizzazione dell’India, 1498–1947
— La tratta degli schiavi africani, 1500–1800
— L’alba della colonizzazione, 1492–1550
— Gli aborigeni australiani, 1778–oggi
— Il Ku Klux Klan, 1865–oggi
— L’apartheid in Sudafrica, 1948–1994
— La decolonizzazione “ufficiale”, 1919–1994
— Le violazioni dei diritti umani, 1776–oggi
— Le ingerenze militari dell’Occidente, 2001–oggi
— Le continue violazioni del diritto internazionale, 1945–oggi
Di fronte a tutto questo, la domanda non è solo se sia giusto parlare. La vera domanda è: come possiamo tacere ancora?
L’Internazionale per la Pace, non è un festival, né un’iniziativa istituzionale: è uno spazio libero in cui ogni popolo può raccontare la propria storia, la propria verità — senza i filtri della propaganda.
per vedere dove altri hanno voltato lo sguardo, per nominare dove altri hanno rimosso, per costruire ciò che il dominio ha sempre voluto impedire — un luogo di incontro tra culture, tra verità negate, tra sogni resistenti.
l’Internazionale per la pace è il frutto di un lavoro più profondo: la visione culturale e simbolica di Parthenope.
Parthenope ha scelto di non fingere imparzialità. Di parlare chiaro. Di non addolcire la storia, ma di attraversarla. Per decostruire il mito occidentale, si è avvalsa anche di diversi saggi tematici, ciascuno con uno sguardo radicale e specifico.
Con Dall’Eroe al Tiranno e Le Ombre dell’Occidente, Parthenope ha offerto una lettura storica, mostrando quanta violenza, ingiustizia e predazione siano state esercitate contro intere popolazioni in nome del progresso, della missione civilizzatrice o della superiorità culturale.
Con L’Eroe Ferito, L’Occidente Narcisista e Psicoanalisi dell’Occidente, lo sguardo si è spostato in profondità, verso le cause psichiche di una patologia tutta occidentale.
Una malattia che si manifesta con narcisismo, ossessione per il controllo, paura del limite. Una nevrosi collettiva che — come un’infezione — cerca di diffondersi ovunque, imponendo sé stessa come modello universale.
Da questa consapevolezza, nascono spazi simbolici in cui i popoli possano dire ciò che è stato taciuto. In cui l’incontro sia cordiale e reale. In cui il dolore abbia voce, e la voce diventi possibile cura.
La colonizzazione, oggi, non indossa più l’uniforme militare. Si presenta con decreti, leggi, concessioni. Privatizza piazze, monumenti, coste, quartieri. Ridefinisce le città come merci. E nel nome del decoro, espelle la memoria. Gentrificazione, musealizzazione, recinzioni eleganti: è così che ci stiamo trasformando in ospiti delle nostre stesse città. Ma una cultura che cancella sé stessa per servire il mercato è già una cultura colonizzata.
Il potere occidentale non ha mai smesso di agire. Ha solo cambiato tono. Parla di libertà, ma esercita controllo. Parla di uguaglianza, ma impone modelli. Parla di pace, ma vive di guerra. Eppure, chi lo guarda con occhi puliti vede i sintomi: nevrosi di possesso, delirio di onnipotenza, pulsione di annientamento. È una civiltà che non sa più contenere la propria ombra. E per non guardarsi, colonizza ancora.
Ma non tutto è perduto. Julio Antonio Mella, José Mujica, Thomas Sankara, Hugo Chávez, Nelson Mandela, Frantz Fanon — nomi diversi, epoche diverse, ma una stessa verità: è possibile governare per il bene comune. È possibile parlare con i popoli. È possibile scegliere la giustizia, anche quando costa. È possibile, ma fa paura. Perché chi mostra un’alternativa costringe il sistema dominante a confrontarsi con la propria menzogna.
Chi partecipa all’Internazionale per la Pace non porta opinioni: porta vissuti. Racconta ferite. Narra storie spezzate dalla violenza coloniale, economica, religiosa, linguistica. E in quel raccontarsi, produce qualcosa che nessuna propaganda può controllare: una nuova coscienza collettiva.
Perché la verità serve a questo.
A modificare il punto di vista dell’osservatore.
A far emergere le vere cause della sofferenza.
Quelle cause che l’Occidente — attraverso la propaganda del mainstream — fa di tutto per nascondere.
E proprio per questo, l’Internazionale per la Pace continuerà a esistere.
Per ascoltare.
Per ricordare.
Per guarire.